L’AMERICA E LA DISCESA AGLI INFERI

Alla vigilia di un’elezione di medio termine che ha assunto un’importanza
incalcolabile per il futuro degli Stati Uniti, sono molti coloro che parlano
apertamente in una guerra civile in atto. Di fatto, la presidenza Trump ha scavato un
fossato politico e morale in America, ma contrariamente ai tempi della Guerra Civile,
che aveva spaccato la nazione tra nordisti e sudisti, questa volta regnano le divisioni
tra democratici e repubblicani cosparse in tutto il Paese. La resistenza dei
democratici opera in stati retti dai repubblicani, dalla Georgia al Texas, mentre i
repubblicani sono impegnati in contese elettorali nei feudi democratici, dal New
England al Maryland. Ed ancora, l’America e’ divisa tra le concentrazioni
democratiche nelle grandi citta’ ed il predominio repubblicano nelle contee rurali,
prime fra tutte quelle del Mid West e del sud. Nel grande scenario politico, va preso
atto che esiste ormai una irriducibile polarizzazione, esasperata dalle “culture wars”
innescate dalla presidenza Trump. I conflitti razziali, le controversie etniche,
l’insanabile contrasto dei sessi, e la violenza verbale degli scontri politici sono ormai
l’equivalente di una guerra civile che ha rimpiazzato nordisti e sudisti con
movimenti politici socialmente e ideologicamente avversari. Da una parte sono i
bianchi, i cristiani ai limiti della poverta’ e gli evangelici, e dall’altra le minoranze ed
un settore socio-economico di bianchi istruiti ed abbienti. Storicamente parlando, la
polarizzazione esiste da diverso tempo in America ma fino ad oggi non aveva
travalicato i confini di un consenso civile, ne’ aveva raggiunto il punto di rottura
rappresentato dalla scontro tra “noi” e “loro” (anche se c’era andata vicina nella fase
finale della presidenza Nixon).
Questo lacerante aspetto del fossato politico e’ tornato a tormentare il panorama
politico dell’America a seguito di una specifica strategia di Donald Trump indirizzata
alla base che lo ha eletto e che secondo il suo calcolo dovrebbe rieleggerlo nel 2020.
L’argomento portante di tale strategia e’ che esiste un complotto contro di lui ordito
dal cosiddetto “deep state”. Portato alle sue estreme conseguenze, e’ un clamore di
battaglia che potrebbe scatenare una nuova versione della Guerra Civile, con la
differenza che questa non sarebbe una guerra tra gli stati, ma un confronto senza
esclusioni di colpi tra movimenti estremisti, gruppi etnici e centri di potere
dell’America presente.
Una conclusione e’ certa, sorretta come e’ dai fatti, ultimo dei quali l’invio di pacchi
esplosivi ad un gran numero di esponenti dell’opposizione democratica, dall’ex
presidente Obama al milionario filantropo George Soros. L’America contemporanea
e’ afflitta da un radicalismo fuori controllo, che il presidente in carica non da’ segno
di voler mitigare con un atteggiamento moderato e tollerante nei confronti dei suoi
avversari. Al contrario, questi sono costantemente presi di mira con la spregiudicata
accusa di fomentare una “mob” ossia la teppaglia. Le elezioni sono passate da un
pezzo ma Trump continua a vituperare Hilllary Clinton, sobillando la folla dei suoi
sostenitori che grida “lock her up!” (sbattetela in carcere). Di fatto, i comizi elettorali
di Trump disgregano la grande parte sana della societa’ che cerca il compromesso
attraverso l’esercizio del reciproco rispetto.

La politica dell’identita’ (identity politics) prende le mosse dalla paura degli
americani bianchi di divenire una minoranza nel loro Paese rimpiazzando i neri
come vittime primarie della discriminazione. Quando un gruppo si sente minacciato,
si rifugia nel tribalismo. Questa e’ purtroppo la conseguenza della politica
dell’identita’ in cui ogni gruppo e’ sulla difensiva, succubo della mentalita’ del “noi
contro loro”. Cio’ che viene a mancare e’ una identita’ americana che trascenda e
unisca tutti i gruppi della nazione. Una docente dell’Universita’ di Yale, Amy Chua,
avanza la tesi, nel suo libro “Tribu’ Politiche: Istinti di Gruppo e il Fato delle
Nazioni”, e’ che gli americani sono “singolarmente ciechi” dinanzi all’importanza
delle identita’ di gruppo. Gli Stati Uniti, ricorda la studiosa cino-americana, erano
storicamente un “super-gruppo” di gruppi etnici diversi ma legati tra loro
dall’identita’ nazionale americana. Adesso, purtroppo, gli Stati Uniti sono separati
dalle divisioni tribali ed il “super-gruppo” si sta sfaldando. Al tribalismo della destra,
razzista e settario, si contrappone quello di sinistra, influenzato dalla politica
dell’identita’ e della “correttezza politica”.
E’ innegabile ormai che l’identita’ sociale rappresenti l’anima dei due partiti che
governano l’America. Le “guerre culturali” li hanno divisi con gli spartiacque razziali
e religiosi. Un acuto osservatore di questa discesa agli inferi dell’America non puo’
che notare come l’attuale ambiente politico garantisca ai vessilliferi del “noi contro
loro” di sfruttare a fondo la rabbia e il risentimento per conquistare e mantenere il
potere. Quel che e’ peggio, si spalanca il pericolo che l’odio partigiano crei le
condizioni per un conflitto analogo a quello che lacero’ l’America nel decennio 1850.
A quell’epoca, la frattura era tra Nord e Sud e la principale causale era la schiavitu’. Il
risultato fu una spirale che condusse alla guerra tra gli stati, meglio nota come
Guerra Civile. Ai nostri giorni, gli americani, a destra e sinistra, sanno che un
conflitto civile e’ incontrollabile e non risolve i problemi nazionali. Dietro questo
convincimento e’ la logica che in un Paese evoluto la storia non si ripete bensi’
insegna.
Sfortunatamente, mentre la scienza politica suggerisce metodi che possono essere
applicati con efficacia per contenere ed eliminare i conflitti di gruppo, la violenza
politica che attanaglia attualmente l’America fa si’ che l’elettorato si comporti come
un insieme di tribu’ in conflitto tra loro anziche’ come un corpo politico preoccupato
per un futuro che per forza di cose dovra’ essere condiviso mediante il
compromesso. La sventura dell’America oggi e’ di essere governata da un
presidente che invece di ricercare unita’ e di sanare i conflitti di natura sociale e
religiosa non fa che evocare congiure del “deep state” contro la sua presidenza e
servire “red meat”, ossia carne rossa, alla sua base, che e’ in misura predominante
bianca, anziana e rurale.
Trump e’ un presidente che passera’ alla storia per aver abdicato al preminente
ruolo di un capo di stato, che ha due principali responsabilita’, quella di
salvaguardare la costituzione e quella di coltivare l’unita’ nazionale. A questo
aspetto della irresponsabilita’ di Donald Trump si aggiunge la sua sfrenata ostilita’
contro la stampa, dimostrata in un recente comizio nel Montana nel quale il

presidente ha elogiato un congressman repubblicano per aver assalito un
giornalista. Trump e’ il principale agente del diffuso clima di paura che si e’
amplificato in America a seguito dell’invio di pacchi con bombe destinati a figure di
spicco del campo democratico. Altrettanto preoccupante e’ il fatto che alcuni suoi
sostenitori minacciano una “insurrezione” qualora i democratici tentassero di
rovesciare la presidenza Trump mediante l’impeachment o altri metodi
parlamentari.
E’ triste constatarlo, soprattutto per coloro che amano la democrazia americana
(incluso chi scrive), ma la presidenza Trump ha scatenato tensioni sociali tali da
violare un cardine di quella democrazia, che impone ai leader politici di concordare
e attuare norme di comportamento civile dei cittadini. Resta comunque la speranza,
anzi la certezza, che l’America terra’ fede alla sua vera identita’ nazionale, che e’
quella di una costante rigenerazione della societa’ e della politica.

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