L’AMERICA VERSO UNA QUASI DEMOCRAZIA 

L’argomento principe in questa America spaccata a metà è se ci sarà una nuova guerra civile o quanto meno uno scontro intenso e perverso tra le due metà, impegnate a combattersi senza quartiere – come i loro predecessori nel tragico decennio dell’ottocento – senza riguardo alla conseguente distruzione dell’architettura costituzionale e dell’identità stessa dell’America. E’ triste ammetterlo ma gli Stati Uniti sono avviati su un sentiero che farà dell’America una quasi – democrazia. E dire che il mondo civile riconosceva all’America il titolo di più vecchia ininterrotta democrazia. La stato in cui versa l’America contemporanea giustifica una nuova definizione per l’America, quella di “anocrazia”, cioè di una nazione sospesa tra democrazia e autocrazia.

Nel suo libro “Come cominciano le guerre civili”, la politologa Barbara Walter non prevede un conflitto simmetrico e sanguinoso come la guerra tra gli stati ma una lunga incontrollabile ondata di violenze, con attentati dinamitardi, assassinii politici e azioni destabilizzanti di guerriglia perpretati da una schiera di insurrezionisti incitati dai proclami sui social media. Il loro obiettivo è quello di eliminare il temuto emergere di una repubblica non bianca e “socialista” attraverso il ricorso alla violenza e ad altri metodi non politici.

E’ facilemente intuibile che ove i repubblicani dovessero conquistare Congresso e Casa Bianca nel giro di soli tre anni, non mancherebbero di parlare di trionfo della “Trump democracy”. Una simile prospettiva contempla la paralisi dell’opposizione democratica in quanto la minoranza repubblicana, vittoriosa grazie allo sfruttamento di un sistema elettorale confezionato dalle legislature rosse, avrebbe buon gioco nel trincerarsi a lungo sulle posizioni di potere. Il discorso insomma riguarda in modo particolare il destino del partito democratico che si tinge sempre più di tinte disfattiste.

E’ pressoché scontato che Donald Trump sarà il candidato repubblicano nel novembre 2024. Questa volta però non farà affidamento su una maggioranza dei voti degli elettori perchè a conti fatti avrà sempre vari milioni di voti in meno. Nel 2020 furono sette milioni. Nella prossima consultazione imposterà la sua strategia su tutti quei maggiorenti repubblicani attivi negli stati decisivi (tra i quali spiccano il Wisconsin, l’Arizona e la Georgia) dove il GOP controlla le legislature, gli incarichi statali e l’amministrazione del sistema elettorale. Questi ed altri stati che formano il cosiddetto “battleground” sono ormai attrezzati al fine di rovesciare il risultato elettorale, qualora Trump non riuscisse ad assicurarsi il quoziente di stati del Collegio Elettorale necessario per l’elezione. La strategia è chiara da tempo: approvare leggi mirate a restringere il voto di minoranze nere, etniche e native, impedendo loro di esprimere il loro voto per posta. Fu proprio il voto per posta che sconfisse Trump negli stati chiave. Dopo quell’esperienza, i caporioni trumpiani pensano di limitare il più possibile il voto per posta nonché di sottrarre il conteggio dei voti ai funzionari statali addetti e di conferirlo ad organizzazioni private che avrebbero la facoltà di annullare un gran numero di suffragi con il risultato di rovesciare l’esito delle votazioni. Tutto ciò può sembrare impossibile e assurdo nella “democrazia” americana ma i segnali che giungono dagli stati repubblicani autorizzano fondati timori. Il GOP si prepara insomma a commettere i brogli elettorali che da un anno pervicacemente attribuisce al partito democratico senza prova alcuna, con la Big Lie, ossia la Grande Menzogna che è di fatto l’unica leva politica dell’ex presidente. Basti pensare che nel 2021 i legislatori repubblicani hanno presentato 440 progetti di legge per sopprimere o modificare le regole del voto in 49 stati. Di fatto, sono riusciti nell’intento con 34 progetti di legge in diciannove stati.

Poco conta che il sessanta per cento degli americani interpellati dai sondaggi di opinione siano dell’avviso che Trump ricopre “una forte responsabilità” per l’assalto al Campidoglio dei 6 gennaio. Questo nucleo purtroppo non vota nelle elezioni primarie repubblicane che la macchina politica di Trump ha praticamente suggellato all’insegna di MAGA e della Big Lie.

La massa trumpiana è solidamente schierata a favore di una alterazione delle norme elettorali tale da fornire agli uomini dell’ex presidente il controllo sulla certificazione dei voti elettorali di molti stati. Ed infine, i democratici rischiano di essere surclassati sul fronte delle donazioni in cui Trump può contare su un “tesoro elettorale” di 102 milioni di dollari, stando a stime del giugno 2021. A fronte di un quadro elettorale difficilmente alterabile nei prossimi dieci mesi, il presidente Biden è afflitto da insuccessi sul versante congressuale dove, per sua stessa ammissione, sono arenate le proposte per la modifica delle leggi elettorali, per la legge sociale Build Back Better e per il superamento del “filibuster” che esaspera l’ostruzionismo repubblicano. I due progetti di legge che dovevano costituire l’eredità politica di Joe Biden – la legge “Freedom to Vote” ed il “John Lewis Voting Rights Advancement Act” sono stati approvati dalla Camera ma restano inesorabilmente bloccati al Senato, oltre che dalla compatta opposizione repubblicana, dal comportamento insolente di due senatori democratici “indipendenti”. Per concludere, il nodo delle prossime consultazioni non è tanto la strategia trumpiana di ferreo controllo sul potenziale elettorale di un certo numero di stati asserviti alla Big Lie, ma l’inerzia politica della presidenza Biden che priverebbe l’elettorato democratico delle armi necessarie per conservare il potere e scongiurare l’ulteriore decadimento della democrazia americana.

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