La “gun culture” e l’intoccabile necessità di armi dell’America

 

Gun Culture (la cultura dell’arma) è l’ossimoro che racchiude in sè il carattere eccezionale e sconvolgente dell’attaccamento degli americani alle armi da fuoco, un fenomeno che il resto del mondo ancora non riesce a comprendere. Il possesso individuale delle armi è, sin dagli inizi, una caratteristica fondamentale dell’identità americana o, come si direbbe in termini moderni, del DNA dell’America.

Esso nacque e si sviluppò con la Rivoluzione che creò la figura del minuteman, il cittadino soldato in possesso del suo fucile e si estese con la conquista del West che si fondava sull’uso delle armi per le ostilità con gli indiani e per la difesa personale. La caccia, necessaria per la sopravvivenza di coloni e pionieri, ha esaltato, infine, l’affidamento dell’americano alle armi.

Il possesso delle armi da fuoco è legittimato dal Secondo Emendamento della Costituzione che resta tuttora al centro dell’acceso dibattito sulle restrizioni delle armi richieste a gran voce da un ampio settore dell’opinione pubblica americana. Di fatto, il dettato costituzionale che garantiva il possesso delle armi in quanto una milizia regolamentata è necessaria alla sicurezza di uno stato libero, ha subito una radicale svolta interpretativa nel senso che il possesso delle armi viene oggi praticamente riconosciuto come un diritto individuale del cittadino.
In altre parole il diritto tradizionale delle popolazioni inglesi di possedere armi per la difesa comune ha finito con l’evolversi nelle ex colonie in una garanzia di libertà politica contro un eventuale governo tirannico.

La controversia dei nostri giorni si appunta, invece, sul significato basilare del Secondo Emendamento e precisamente la misura in cui tale emendamento costituzionale si prefigga di limitare l’abilità del governo di proibire o limitare il possesso privato delle armi da fuoco.
Lo spartiacque dell’interpretazione costituzionale era ben definito: da una parte i fautori di un controllo sulle armi connesso al mantenimento delle milizie degli stati avversi alla concentrazione del potere nelle mani del governo federale; sul fronte opposto, i difensori del possesso delle armi da fuoco che sostenevano il diritto individuale all’autodifesa.
Di recente, l’interpretazione relativa al diritto individuale ha prevalso.

L’esperienza della frontiera aveva cristallizzato nella psiche americana la necessità di possedere armi come mezzo di autodifesa. E su questo principio si fonda ancora oggi la strenua difesa del libero possesso di armi da fuoco da parte della National Rifle Association, la potente lobby che negli ultimi decenni ha pervicacemente osteggiato qualsiasi misura o proposta finalizzata al controllo ed alla limitazione del possesso di armi da fuoco.

La NRA ha due obiettivi, combattere contro ogni regolamentazione del possesso delle armi e favorire la proliferazione delle armi. Per conseguire tali obiettivi la NRA non rifugge dal condurre campagne mirate a drammatizzare la presunta volontà del governo federale di imporre la registrazione e un assoluto controllo delle armi da fuoco. Se la NRA è riuscita, in misura crescente, ad imporre la sua filosofia di massima libertà nel possesso delle armi, ciò è dovuto non solo al fatto che nei suoi ranghi militano oltre quattro milioni di americani, o alla sua capacità intimidatrice di lanciare campagne politiche di azione civica e di lobby ben finanziata che dissuadono i legislatori dal mettere mano a leggi limitatrici del possesso di armi, ma anche, se non soprattutto, alla radicata convinzione della maggioranza degli americani che il possesso di armi sia un diritto inviolabile paragonabile a quello di voto o di libera espressione.

La combinazione di smisurata diffusione delle armi da fuoco (si calcola che ce ne siano in giro quasi trecento milioni negli Stati Uniti) e la violenza che da sempre caratterizza l’America, soprattutto nel Sud, è esiziale, particolarmente nel confronto con gli altri Paesi del mondo. Sedici dei 25 massacri di cittadini innocenti negli ultimi cinquanta anni sono avvenuti negli Stati Uniti. La Finlandia è seconda con due episodi. La diffusione delle armi da fuoco è indiscutibilmente la causa principale dell’alto numero di omicidi negli Stati Uniti. Stando alle statistiche più attendibili, quelle del CDC (Center for Disease Control) il numero di omicidi in America nel 2009 è stato di 16.799, dei quali 11.493 commessi con armi da fuoco.

Qualcuno si è preso la briga di calcolare che l’80%  degli omicidi nei 23 Paesi più avanzati al mondo si verifica negli Stati Uniti. Michael Moore, il regista del film dedicato al massacro della scuola Columbine, risponde alla assurda e pervicace argomentazione della NRA Guns don’t kill people, people kill people (le armi non uccidono la gente, la gente uccide altra gente) con questa dolorosa precisazione: le armi non uccidono la gente, gli Americani uccidono la gente. Un centro di ricerca dell’Università di Harvard ha pubblicato recentemente uno studio che rivela una semplice verità: più armi significano più omicidi.

Se le statistiche su omicidi e numero di armi da fuoco sono terrificanti, quelle sull’opinione corrente degli americani circa le armi da fuoco sono sconsolanti: il 54 % degli americani ha una buona opinione della NRA e l’ottanta per cento di essi sono di fede repubblicana. Il che significa che i rappresentanti repubblicani al Congresso si guardano bene dal far approvare misure di legge limitatrici del possesso di armi da fuoco.
Ed ancora, il 45% degli americani ha in casa un’arma da fuoco, ed un’alta percentuale ne ha più di una. Quando si parla del famigerato Bushmaster usato per massacrare venti bambini nella scuola Sandy Hook di Newton va osservato che questa assault weapon, la versione civile della carabina automatica dell’Esercito, era del tutto legale nel Connecticut. Il divieto di vendita delle assault weapon non era infatti stato rinnovato dal Congresso nel 2004. Altro particolare interessante: nel 2011 lo stato del Connecticut si propose di vietare la vendita di caricatori multipli per carabine ed altre armi semiautomatiche. Una valanga di lettere e messaggi e.mail orchestrata dalla NRA indusse i legislatori dello Stato a rinunciare a quel progetto di legge.

Sono stati quei caricatori a consentire a Tony Lanza di mitragliare con fuoco intenso i poveri scolari della Sandy Hook.
Dopo Newton, non c’è da farsi troppe illusioni che le cose possano cambiare, se si pensa che il 49% degli americani è contrario alla messa al bando delle assault weapon, mentre il 44% è favorevole.

Una misura in tal senso verrà certamente proposta nei prossimi giorni al Congresso, insieme con un progetto di legge per vietare la vendita dei caricatori multipli. La NRA sta mobilitando tutti i suoi iscritti e le forze politiche pro gun perchè tali proposte vengano insabbiate. Tutto quello che la NRA è disposta a concedere è una stretta di vite che consenta alle autorità di escludere i malati mentali ed altri individui tarati dall’acquisto di armi da fuoco. Resta da osservare che fino ad oggi sia il governo federale sia le autorità statali hanno dimostrato scarso interesse ad intervenire in questo campo. La stessa Amministrazione Obama ha grosse responsabilità in materia, se si pensa che non ha stanziato fondi sufficienti ad effettuare i cosiddetti background checks ossia i controlli relativi alla fedina penale e stato mentale degli acquirenti di armi.

Specificamente, erano state registrate molte irregolarità negli acquisti, per la maggior parte false dichiarazioni degli acquirenti. Su ben 71.000 casi oggetto di indagine, soltanto 77 erano stati sottoposti a misure dell’autorità giudiziaria. Tutti gli altri erano andati impuniti. C’è poi il caso sconcertante dell’autore della strage di trentadue studenti del Politecnico della Virginia, Seung-Hui Cho, che era stato sottoposto a visita psichiatrica con una diagnosi di instabilità entale. Malgrado ciò, non aveva avuto difficoltà nel procurarsi le armi. Vero è che da allora il numero di background checks, ossia di verifica dei compratori di armi, è aumentato. L’aumento comunque è vertiginoso; nell’ultimo anno gli acquisti e relativi background check ammontano a 16 milioni ottocento mila. Nella sola Virginia si sono registrati oltre cinquemila acquisti di armi al giorno.

Si calcola che attualmente esistono nove armi per ogni dieci americani, la percentuale più alta al mondo. Il secondo Paese, ben al di sotto degli Stati Uniti, è lo Yemen. Il più restrittivo è il Giappone dove il possesso di armi è praticamente vietato, con il risultato che i morti ammazzati in un anno si contano sulle dita delle mani.

Ma non è solo la proliferazione delle armi che lascia interdetti gli osservatori esterni. L’evoluzione più preoccupante è la proliferazione di norme statali e comunali che permettono ai cittadini di circolare con armi nascoste (concealed weapon) ed in luoghi ove precedentemente non erano ammesse le armi da fuoco. In Virginia, una norma recente permette ad un ex recluso di penitenziario di riacquistare il diritto al possesso di un’arma da fuoco con una semplice richiesta scritta. Vari stati, tra cui l’Arizona, dove una rappresentante al Congresso, Gabrielle Giffords, fu gravemente ferita da un giovane tarato mentale, non occorre alcuna licenza per portare un’arma concealed ossia nascosta in pubblico.
La stessa situazione si verifica nel Texas dove è stato autorizzata la giacenza di armi in automobili private in parcheggi pubblici. La casistica di misure per il controllo sulle armi che fino ad oggi sono state respinte da legislature statali è troppo lunga da enumerare.

Il Vice Presidente Biden sta preparando una serie di proposte per controlli più efficaci sugli acquisti di armi e per restrizioni su certi tipi di armi e munizioni. Ma il percorso legislativo è tutto in salita per il semplice fatto che i rappresentanti di distretti rurali, che sono i più tenaci oppositori di qualsiasi restrizione, faranno di tutto per vanificare le iniziative dell’amministrazione. In questa azione di interdizione saranno assistiti da una cinquantina di pro gun lobby. Per contro, le lobby per il gun control sono poche e male equipaggiate. La Congresswoman Gabrielle Giffords, per quanto resa invalida dal tentato assassinio, ha dato vita ad un’associazione che si propone di raccogliere fondi per impiegarli a sostegno di candidati favorevoli ai controlli sulle armi. Nello stesso campo è schierato da tempo il Sindaco di New York Bloomberg. Altre organizzazioni progressive –tra cui Change.org e MomsRising– sono impegnate a raccogliere firme in una serie di petizioni.

In conclusione, quella in corso è una battaglia epica che non è destinata ad avere vincitori o perdenti. Un sociologo ha osservato che i massacri derivano da tensioni sociali che fanno esplodere atti di disperazione individuali. Sicuramente c’è da chiedersi se la gun culture sia collegata ad una “cultura” di paure, ansie e frustrazioni collettive.
L’isolamento degli individui nella società contemporanea dell’America ha certamente qualcosa a che vedere con le esplosioni di violenza.
È valido anche l’interrogativo: fino a qual punto ciò sia da attribuirsi al cinema, ai mezzi di comunicazione di massa, ai videogiochi e via dicendo? La NRA, con l’irresponsabilità che la distingue, non esita a condannare i media. D’altro canto, non sono pochi i liberals che se la prendono con la mitizzazione della violenza nei film e nella televisione.

In conclusione, quel che si può dire è che la soluzione del tragico problema non potrà essere che politica, con la speranza che sia raggiungibile con un compromesso. Il momento per farlo è ora, quando l’opinione pubblica benpensante, certamente superiore alla legione di fanatici delle armi, è ancora inorridita dalla strage degli innocenti nel Connecticut.

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