Quando l’America ha perduto il suo innato senso di sicurezza

Per gli americani tutti, l’Undici Settembre è il giorno in cui è cambiato tutto. Per il resto del mondo è una data passata alla storia come un cataclisma lancinante in una nazione giustamente considerata la più importante del globo.

Ogni paese al mondo ha subito colpi che hanno inciso profondamente sulla psiche nazionale dai bagni di sangue delle guerre civili alla devastazione ad opera delle armi atomiche. La stessa America ha ricevuto ferite che hanno lasciato una traccia profonda: dalla Guerra tra gli Stati all’attacco contro la sua flotta a Pearl Harbor. Eppure, per gli americani, l’11 settembre è stato diverso per molti motivi. Primo fra tutti: si è trattato di un attacco contro il territorio nazionale, che nel corso delle guerre mondiali non era mai stato colpito (perché le Hawaii non erano ancora uno Stato).

Gli americani non avevano mai conosciuto la guerra in casa e, dopo la fine di quella Fredda, non si erano mai preoccupati di poter divenire un bersaglio. Prima di quella data fatidica e drammatica vivevano nella fatua convinzione di essere sufficientemente protetti per il solo fatto di essere la nazione più forte del mondo.

L’Undici Settembre ha cambiato in maniera radicale molte cose costringendo l’America a riconoscere la propria vulnerabilità, ma, soprattutto, ha imposto un nuovo modo di pensare e di valutare la propria esposizione ai pericoli, non soltanto a quelli esterni ma anche a quelli interni che in passato erano stati disinvoltamente minimizzati. Dopo l’Undici Settembre, infatti, la popolazione si è resa conto che tutti i connotati di una società libera e fiduciosa nell’accessibilità delle proprie istituzioni dovevano essere ripensati e ridimensionati in forza di un nuovo imperativo nazionale: quello della “sicurezza”. Gli attentatori kamikaze dell’Undici Settembre avevano imparato a volare nelle scuole di pilotaggio americane e non avevano avuto alcuna difficoltà a procurarsi documenti come le patenti di guida necessarie per imbarcarsi sui velivoli presi di mira.

L’avvento dell’era della “sicurezza” ha quindi segnato qualcosa di straordinario nella storia della nazione americana, ovvero la perdita di quella fondamentale caratteristica che era sempre stata alla base del sogno americano: il forte senso di ottimismo e di innata fiducia in un futuro migliore nel quale i figli erano destinati a vivere meglio dei padri. In termini di strategia nazionale, la necessità di sicurezza aveva sempre comportato una potente capacità di difesa ed un corso politico volto a mantenere il ruolo di predominio globale acquisito all’indomani della seconda guerra mondiale. All’interno degli Stati Uniti, il concetto di sicurezza era essenzialmente economico e rispecchiava l’aspettativa di una vita prodiga di prospettive di agiatezza e di avanzamento della personalità umana in un ordine sociale reso più accettabile per tutti dopo le grandi conquiste civili, dall’integrazione all’avvento di innovatrici misure di assistenza sociale (Medicare e Medicaid) a completamento della Social Security rooseveltiana.

L’impatto più deleterio dell’Undici Settembre è stato, peraltro, quello sulle libertà civili, tanto che, dopo l’imposizione di misure di  cosiddetta tutela – per molti versi paragonabili a quelle di Stati repressivi -, molti esprimevano fondate preoccupazioni che le libertà individuali avrebbero sofferto forti restrizioni ad opera di un effettivo stato di polizia. Di fatto, l’amministrazione Bush ha introdotto canoni di sicurezza che hanno scavalcato l’ordinamento esistente in fatto di sorveglianza sui cittadini ed esercitati con il consenso e il controllo della magistratura. Di colpo, gli americani si sono resi conto di essere sottoposti ad una vera e propria invasione della propria privacy, attuata in forme vessatorie, come il controllo delle comunicazioni personali, da quelle telefoniche a quelle elettroniche. Il cosiddetto “wiretapping” senza autorizzazione giudiziaria, sempre instaurato dall’amministrazione Bush, si è recentemente ridotto ma resta sostanzialmente in atto.

Il nuovo concetto di “sicurezza”, quindi, continua ad informare la vita nazionale, non solo per le misure adottate dalle autorità federali e statali. Il fatto deplorevole è, infatti, che la “sicurezza” viene ora invocata per meschine riduzioni delle libertà di comportamento dei cittadini americani (oltre all’obbligo, ormai inevitabile, di togliersi le scarpe al varco di ispezione dei viaggiatori negli aeroporti). Prima dell’Undici Settembre, non si sarebbe tollerato che il personale civile, in un aereo, un luogo pubblico o in una sede privata, impartisse disposizioni in forza di una non meglio definita ragione di “sicurezza”.
Il clima di sottomissione che si è instaurato negli Stati Uniti è tanto più sorprendente in quanto la popolazione ha storicamente avversato ogni eccesso di autorità ed ha costantemente preteso che le grandi decisioni degli organi di potere venissero esaurientemente illustrate e giustificate. Oggi prevale invece un orientamento ad intraprendere azioni preventive senza che i cittadini, ed in molti casi i loro rappresentanti al Congresso, siano adeguatamente informati. Quel che stupisce insomma è che gli americani accettino la retorica della “sicurezza” sciorinata ad ogni piè sospinto dalle autorità senza chiedere ragione delle disposizioni che in molti casi limitano le libertà individuali.

Le conseguenze sui liberi modelli di comportamento della società americana sono riscontrabili non soltanto nell’evoluzione dei rapporti tra governati e governanti, ma anche nelle relazioni interpersonali della vita di ogni giorno. E’ finito il tempo in cui un americano giudicava una persona appena conosciuta “at face value”, accettando di buon grado e senza riserve ciò che apprendeva. Analogamente alle autorità, che esigono spesso non solo uno ma due documenti di identificazione, oggi gli americani dimostrano riserbo se non addirittura un qualche sospetto nei rapporti iniziali con persone sconosciute. Questo è purtroppo dovuto al complesso che si è formato, dopo l’Undici Settembre, sotto l’incombente spettro del terrorismo in ogni aspetto della vita nazionale.

Altri Paesi, come quelli della vecchia Europa, sono vissuti per secoli sotto la costante minaccia del terrorismo, delle lotte intestine, degli assalti esterni alle forme più intime e più intensamente vissute della propria integrità nazionale. L’America era ed in fondo rimane la società più aperta al mondo, ma le resta difficile adeguarsi ai rischi di tale apertura, mentale oltre che istituzionale, e riconoscere di non essere dopo tutto così diversa da altri Paesi afflitti dalle stesse minacce, dalle stesse incertezze e dalle stesse restrizioni alle sacrosante libertà civili. In definitiva, il suo futuro non dipende dall’ostentazione del suo carattere di “nazione eccezionale”, come i conservatori americani da sempre insistono, ma dal superare traumi e insidie con la comprensione e l’appoggio di altri Paesi che con l’America condividono i principi di un duraturo contratto sociale. In ogni epoca storica tutto può cambiare, meno quelle virtù morali che sono la linfa di un popolo giovane e sotto tanti aspetti straordinario come quello americano. Il Paese certamente saprà ritrovare se stesso ed il suo innato senso di sicurezza.

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