Le ruote della giustizia si muovono.

Le ruote della giustizia finalmente si muovono. Per l’ex presidente Donald Trump si preparano tempi difficili, preso ormai nella morsa di quattro investigazioni a suo carico, l’ultima delle quali, da parte
del Dipartimento della Giustizia, è quella che autorizza l’aspettativa di un rinvio a giudizio. La pubblica denuncia delle malefatte di Trump ha il suo principale visibile protagonista nella Commissione Speciale
della Camera dei Rappresentanti, che ha raccolto una mole di prove accusatorie, ma non ha titoli per imporre misure punitive. Un’altra indagine è quella condotta nella Georgia dal pubblico ministero della Fulton County, Fani Willis, che ha installato un Grand Jury con il potere di emettere “sub poenas”. Molti si aspettano che il primo rinvio a giudizio venga proprio dalla Georgia. Vi è poi un’altra inchiesta sull’operato dai Trump condotta a New York da un’altra procuratrice di stato (Attorney General), Letitia James, che ha ottenuto la facoltà di interrogare non solo Trump, ma i suoi figli maggiori, Don Jr. e Ivanka, in merito alle accuse di frode bancaria e frode fiscale. Il trio Trump si è rifiutato di presentarsi ed un giudice federale li sta costringendo a farlo minacciandoli di oltraggio alla corte, un crimine che finora non è stato citato dagli altri procuratori. In pratica, la corte di uno stato potrebbe agire nei confronti di Trump precedendo capi di accusa federali.

Il raid degli agenti del Dipartimento della Giustizia nella sontuosa dimora di Mar-a-Lago è stato autorizzato ad alto livello dall’Attorney General Merrick Garland e da un giudice federale che ha emesso il necessario “warrant” (mandato). Questo viene emesso esclusivamente in presenza di prove di un crimine potenziale. Di sicuro per ora c’è il fatto che la decisione dell’Attorney General è giustificata dalla mancata consegna da parte del presidente uscente di un gran numero di documenti di stato coperti dalla massima segretezza. Ciò facendo, Trump ha violato precise norme per la custodia e tutela di atti di governo che vengono affidati agli archivi federali. La legge in vigore è quella del 1978 – il Presidential Record Act – che fu approvato per impedire al presidente dimissionario Richard Nixon di trasportare i documenti e i nastri registrati in California dove avrebbero potuto essere distrutti. Da allora, tutti gli atti di una presidenza debbono essere protetti ed archiviati. La domanda che è sulle bocche di milioni di americani è se un’eventuale condanna di Trump per sottrazione illecita di documenti di stato sia sufficiente ad impedirgli di concorrere ad un incarico federale, primo fra tutti la presidenza.

La massa di americani plagiati da Donald Trump è immediatamente scesa in campo per protestare contro la perquisizione di Mar-a-Lago definendola “un’azione armata intentata dal sistema di giustizia”. E’
innegabile che la perquisizione ha reso ancor più tossico il clima pre-elettorale. L’America affronta cento giorni di fuoco, con la prospettiva ancor più rovente di un successo repubblicano che
rimetterebbe in gioco Trump come candidato alla rielezione. A giudizio di molti esperti, è improbabile che Donald Trump annunci di concorrere alla rielezione nel 2024 mentre pende su di lui la spada di Damocle di un rinvio a giudizio da parte del Dipartimento della Giustizia, per non parlare degli altri procedimenti
a suo carico, tra cui spicca quello in corso nella Georgia.

Una considerazione centrale nella resa dei conti tra la giustizia e l’ex presidente è che Trump potrebbe annunciare quanto prima la sua decisione di ripresentarsi candidato alla presidenza al fine di ritardare il corso della giustizia, considerando che una sua vittoria elettorale gli fornirebbe l’immunità e di fatto chiuderebbe il caso. Al momento, molto dipende dalle immediate ripercussioni della sfida che si è aperta tra Trump e l’Attorney General ed in modo speciale da una elencazione dei possibili capi di accusa, basati sul ritrovamento di prove negli scatoloni sequestrati nelle cantine di Mar-a-Lago. Quel che gli
esperti si attendono è di conoscere il giudizio e le azioni di quel crescente nucleo di repubblicani che da qualche tempo cercano di distanziarsi dall’ex presidente. Di certo, ci si può attendere una ancor più violenta reazione dai caporioni del partito, ma certamente qualcosa di meno da esponenti che pur facendo mostra di sostenere la causa di Trump contro il Dipartimento della Giustizia, tra i quali l’ex vicepresidente Pence, sperano in un indebolimento del predominio trumpiano. Il raid di Mar-a-Lago
schiude insomma varie porte che potrebbero risultare decisive nella contesa di novembre per il senato e la camera dei rappresentanti. I democratici hanno visto crescere le loro azioni con una grossa vittoria legislativa – l’Inflation Reduction Act – e sensibili ribassi del costo della vita, tra cui la benzina. Tutti
gli occhi sono puntati ora sul Dipartimento della Giustizia, cui spetta l’arduo compito di provare che le violazioni eventualmente imputate a Trump furono intenzionali. Saranno cento giorni cruciali fino alle elezioni midterm.

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