QUALCOSA SI MUOVE DENTRO IL GOP?

Eppur si muove, è il caso di osservare dinanzi a crescenti segnali di distacco di una sparuta minoranza di repubblicani nei confronti della perversa strategia del loro incontestato
condottiero Donald Trump. Una strategia che adesso è più esposta al martellamento della commissione parlamentare per i fatti del 6 gennaio. L’inchiesta su quella insurrezione, istigata dall’ex presidente, rivanga quotidianamente più dettagli dell’accanito sforzo di Trump di ribaltare il risultato elettorale. Ed ancora, non passa giorno che la commissione non annunci un nuovo subpoena ossia un mandato di comparizione a personaggi, anche di basso rango,
che in qualche modo hanno partecipato alle fraudolenti macchinazioni di Trump volte ad annullare la registrazione degli elettori di vari stati per sostituire ad essi una lista di
impostori imposti dalle autorità locali. La leadership del partito repubblicana, asservita sin dagli inizi alla Grande Bugia di brogli elettorali, si trincea dietro l’asserzione che la nazione ne ha
abbastanza delle rivelazioni al Congresso e che non pensa ad altro che andare oltre. Secondo quella leadership, non si tratta d’altro che di una “ossessione” dei media nei confronti di Trump.
Di fatto, è Donald Trump che continua a darsi la zappa sui piedi inveendo a ogni piè sospinto contro un’elezione che egli definisce “rigged” ossia truccata. Tra le ultime farneticazioni vi è quella secondo cui l’allora vicepresidente Mike Pence avrebbe potuto “rovesciare” l’esito elettorale invece di insistere su un equo conteggio del Collegio Elettorale. Non passavano ventiquattro ore che l’ex presidente annunciava la sua intenzione, qualora rieletto, di
decretare un perdono presidenziale per i “ patrioti” del 6 gennaio condannati da vari tribunali, “trattati ingiustamente”
a sentire Trump.
L’ultima grave accusa mossa a Trump è quella di aver disposto il sequestro delle macchine elettorali negli stati contesi attraverso una serie di interventi condotti dal Dipartimento della Giustizia, dal Pentagono e dalla Homeland Security. Gli interventi in questione non
andarono in porto anche perchè Rudolph Giuliani, deus ex machina dell’operazione volta a ribaltare l’elezione, ebbe il buon senso di non immischiarsi. Nonostante ciò, Trump sollecitò personalmente l’Attorney General William Barr affinchè ponesse le macchine
sotto sequestro. Barr però rispose che mancava la base legale perchè non esisteva “una causa probabile” dell’esistenza di un reato. Il disperato compito di sequestrare le macchine fu affidato ai due sicofanti trumpiani par excellence, il gen. Michel Flynn e l’avv.
Sidney Powell, autori di un ordine esecutivo a tale fine. Il tentativo venne abbandonato ma dinanzi al tribunale della storia resta il misfatto anticostituzionale del presidente sconfitto. E adesso lo stesso ex presidente esige lealtà dai repubblicani nell’imporre che il risultato dell’ultima elezione sia l’argomento centrale delle elezioni di midterm e di quelle presidenziali del 2024. Sono certamente molti i repubblicani che nel fondo delle loro coscienze sanno quanto sia distruttivo il costante ricorso alla Grande Bugia, soprattutto in presenza di provate malversazioni del presidente Trump. Sfortunatamente per loro, molti non hanno altra scelta che tenere il becco chiuso perchè il potere di un “endorsement” ossia il sigillo di approvazione di Donald Trump é più decisivo che mai. Ciò premesso, il silenzio di non pochi esponenti repubblicani trova fievole riscontro in aperte dimostrazioni di dissenso tra vecchi maggiorenti del GOP, a partire dall’ex presidente George W. Bush che ha ostentato la sua opposizione
donando il massimo alla campagna elettorale della Rappresentante Liz Cheney e della senatrice Linda Murkowski, le due animatrici della campagna anti-Trump nel partito repubblicano. Bush non è il solo a finanziare le due protagoniste del duello con candidati fedeli
a Trump nelle prossime elezioni primarie del partito. Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente, riceve da tempo forti finanziamenti (7.220.000 dollari nel 2001). Liz ha mandato Trump su tutte le furie accettando di far parte della commissione congressuale che indaga sulle cause dell’insurrezione del 6 gennaio. Pochi giorni fa ha detto di Trump e del suo tentativo di ribaltone: “lo rifarà di certo se si presenterà l’occasione”.
Molti elementi lasciano pensare che l’occasione si ripresenterà se non altro perchè Trump punta sulla consultazione del prossimo novembre in cui verranno rinnovati un terzo del Senato e la Camera dei Rappresentanti. Per essere rieletto, fa affidamento sul panico
morale per il declino dell’America bianca, che a sua volta genera un senso di immunità per gli estremisti coinvolti nell’insurrezione del 6 gennaio. Non è casuale che la massa di elettori trumpisti abbia trovato nel leader ungherese Orban il modello di una filosofia di governo che ignora lo stato di diritto e negli Stati Uniti il dettato costituzionale. Due politologi, Alexander Cooley e Daniel Nexon, segnalano il parallelo tra il corso antidemocratico dell’Ungheria
e gli attuali eventi in America. “L’assalto di Orban alla libertà accademica – scrivono in particolare – trova analogia negli attuali sforzi della destra negli stati repubblicani volti a proibire la teoria critica della razza (Critical Race Theory) ed a prendere di mira
gli accademici liberali e di sinistra”. In ultima analisi, il quesito che si pone è fino a qual punto
i repubblicani soggiogati dall’ideologia trumpista di populismo reazionario continueranno a tollerare un uomo che tratta la presidenza come una proprietà personale. I senatori repubblicani che oggi tacciono sanno bene quale conseguenze potrà avere negli Stati Uniti una svolta verso una “democrazia illiberale” sul modello ungherese. Qualcosa invero si muove, ma non abbastanza. Il tempo stringe per evitare che l’attuale sistema politico americano
risulti alterato in maniera tale da rendere impossibile una rivalsa elettorale dei democratici. Al suo posto, si profilano leggi che fanno dei cittadini i custodi di politiche anti-liberali come quelle presentemente attuate dagli stati repubblicani. Accetteranno i repubblicani il perenne dominio di un Trump che mira a governare senza il fondamento della democrazia? A tanto infatti si reduce il teorema del trumpismo che troppi repubblicani accettano con il loro silenzio. L’America aspetta una risposta in tempi brevi.

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