L’America e il dopo 9.11

E’ già stato scritto che Osama Bin Laden ha riportato una grande vittoria postuma sugli Stati Uniti. Di certo,
l’era successiva all’11 settembre ha segnato una netta perdita di potenza dell’America, l’avvento di tumultuose
divisione interne e lo scadimento del rispetto di cui godeva nel mondo. A venti anni dalla distruzione delle torri
gemelle, dopo una guerra ininterrotta nell’Afghanistan, l’America ha perso il predominio che la rendeva, nelle
parole di un suo Segretario di Stato, la “nazione indispensabile”. Il reale dramma degli Stati Uniti è nel
fatto che la sua società, e con essa la democrazia stessa, hanno subito un processo di penosa involuzione dovuto
in gran parte proprio alla risposta all’attacco di Osama Bin Laden. La reazione, per quanto giustificata, ha innescato una serie di iniziative che hanno alterato il ruolo preminente dell’America nei campi più svariati, dalla sicurezza
internazionale ai diritti umani. Basti citare a questo proposito la cosiddetta Autorizzazione all’Uso della Forza
Militare (AUMF) che fu approvata il 18 settembre 2001 allo scopo di conferire al presidente gli strumenti necessari
per combattere al-Quaida. Quella legge e’ ancora in vigore e costituisce la piattaforma per il vasto utilizzo di azioni belliche condotte con droni in molti teatri di conflitto che hanno scarsa relazione con quello nell’Afghanistan. Da più parti negli Stati Uniti si sono levate grida di allarme e di protesta, collegate al fatto che la risposta al 9/11 ha prodotto più danni all’America dell’attacco originario. Un altro esempio investe la legittimità della risposta che ha generato cruenti esempi di torture autorizzate dal governo federale e l’impianto di un campo di feroce detenzione nella base di
Guantanamo in base a prove incerte, che gli stessi accusatori non riescono a far valere. In questi giorni, cinque
musulmani sospettati di aver participato ad azioni terroristiche sono comparsi nella corte di Guantanamo
che conduce una sessione “pre-trial”, ossia propedeutica al processo dentro la base. Sono passati diciannove anni da
quando la prigione di Guantanamo aprí le porte nel gennaio del 2002.


E che dire del Patriot Act, approvato il 26 Ottobre 2001, nel dichiarato intento di “intensificare la sicurezza interna contro il terrorismo”? Il Patriot Act è una legge che in pratica autorizza la detenzione indefinita senza giudizio per gli immigranti illegali e giustifica il ricorso delle forze di ordine pubblico ad indagini su proprietà e documenti senza un ordine giudiziario e il consenso degli inquisiti. Non solo, perchè il Patriot Act permette allo FBI di condurre perquisizioni e intercettazioni telefoniche senza invocare una “causa probabile”. A venti anni dall’11 settembre, sono molti coloro che collegano il ricorso antitetico all’eredità istituzionale dell’America, frettolosamente istituito in quella drammatica
congiuntura, alla successiva dirompente politica del presidente Trump. In un senso reale, la pulsione verso un’America non più normale ed affidabile ha un drammatico risvolto nell’insurrezione del 6 gennaio. In ultima istanza, la reazione dell’America all’attacco dell’11 settembre è andata ben oltre i limiti di un ragionato realismo. Se la leadership americana, personificata da quattro presidenti, si fosse limitata a deporre i talebani e ad eliminare Osama Bin Laden, entrambi obiettivi raggiunti, l’immagine dell’America sarebbe oggi ben diversa. Purtroppo, l’attacco scagliato entro i confini dell’America ha scatenato una reazione convulsa che tra le tante vittime include la democrazia liberale e la rete di collaborazione e sintonia politica con Paesi amici ed alleati. L’ultima prova dell’entità del danno è quella del caos in campo alleato nel disperato tentativo di uscire dall’Afghanistan. Basti infine riflettere sul costo di quella guerra infinita a carico dell’unità nazionale e delle finanze dell’America. A partire dal 2001, si calcola che gli Stati Uniti abbiano speso oltre due trilioni di dollari in spese militari nell’Afghanistan (alcuni esperti avanzano la stima di quattro trilioni di costo totale). Non meno pesante è il danno fisico e mentale degli americani coinvolti nel conflitto. In ultima analisi, quello che dovrebbe indurre gli americani, e non solo loro, a riflettere è il crollo morale sofferto dall’America. E’ una riflessione che deve informare una nuova strategia globale dell’America, in base ad una concezione più realistica della sicurezza e degli interessi essenziali della nazione. Il presidente Biden ha mosso i primi passi su questa strada. Non resta che sperare che riesca ad arrestare il declino degli Stati Uniti e ad renderli competitivi nella ricerca di un nuovo ordine globale.

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