Kabul come Saigon? Il paragone e’ fuori luogo

Come gia’ nel 1975, quando Saigon passo’ nelle mani dell’esercito nordvietnamita, i catastrofisti americani ed europei sputano fuoco e fiamme per il tragico abbandonodell’Afghanistan. Kabul come Saigon, dunque. Una sconfitta“epica” che cancella ogni credibilita’ dell’America, proclamanoi catastrofisti tra I quali si distingue il Corriere della Sera conuno sfogo occultamente anti-americano. Gli storici seri sannoinvece che il Vietnam non segno’ la fine della credibilita’degli Stati Uniti e avvertono che il disastro afghano avra’ uno svolgimento simile. Vero e’ che come per l’Afghanistan, molti in America chiedevano a gran voce maggiori stanziamenti per difendere il Vietnam, a cominciare da Henry Kissinger che nel Marzo 1975 dichiarava: “Non possiamo abbandonare gli amici in una parte del mondo senza mettere a repentaglio la sicurezza degi amici dappertutto”. Ma quanta e quale credibilita’ persero in realta’ gliStati Uniti? I nemici dell’America gongolavano e Mosca inparticolare si apprestava a raccogliere i frutti della ritirataamericana dal Sud-est asiatico. Di fatto, pero’, gli interessistrategici americani non subivano un crollo, mentre eral’Unione Sovietica ad accusare un colpo micidiale, quellodella disfatta in Afghanistan nel 1979.Di fatto, la perdita del Vietnam del Sud non significo’ la finedella leadership americana ne’ indusse i Paesi in pericolo aritenere di non potersi piu’ affidare a quella leadership, a tutto scapito del permanere dell’influenza dell’America. Se questa venne in qualche modo compromessa, cio’ avvenne in conseguenza del’invasione dell’Irak senza una provata giustificazione strategica. Resta pero’ il fatto che i Paesi alleati ed amici continuarono ad affidarsi alla protezione garantita dall’America e ad offrire supporto reciproco.

Dopo l’abbandono deciso da Biden, gli Stati Uniti non sono privi di risorse per l’Afghanistan, a cominciare dai mezzi necessari ad isolare politicamente i talebani, incluso il diniego di miliardi di dollari del tesoroafghano congelati da Washington. La priorita’ dell’America non e’ quella di trattare un modus vivendi con i leader talebani, ma di contrastare con tutta lapotenza disponibile una resurrezione dell’ISIS e di altreorganizzazioni terroristiche. Questa strategia si imponenon solo per l’Afghanistan ma per tutto il Medio Oriente dovegli Stati Uniti affiancheranno i Paesi minacciati dal terrorismoISIS. La perdita dell’Afghanistan non cambia questo scenario,senza riguardo alle lugubri profezie dei catastrofisti. L’Americarecuperera’ la sua influenza in uno scenario ben piu’ vastodell’Afghanistan, come gia’ avvenne nel dopo Vietnam degli Anni Settanta. Occorre ricordare ai catastrofisti che il disastro nel Vietnam apri’ un nuovo capitolo nel confronto globale a favore dell’Americache acquisto’ il partenariato di Paesi che temevano l’effettodomino e agivano di conserva con l’America per contenere ilcomunismo in tre Paesi asiatici: Cambogia, Laos e Vietnam. Edancora, gli storici ricordano che l’apertura di Nixon alla Cinaridusse il confronto cino-americano e fece in modo che la vittorianord-vietnamita non favorisse un predominio regionale cinese. Paradossalmente, la fine del coinvolgimento americano nel Vietnamobbligo’ la leadership americana a rivolgere l’attenzione ad altritemi strategici, dall’integrita’ delle alleanze al negoziato di disarmocon Mosca. Dai difficili frangenti della sconfitta sud-vietnamitafini’ con l’amergere una piu’ produttiva “soft power”americana. Questapuo’ ora rientrare il gioco con la rinuncia alle guerre senza fine, le “forever wars” che succhiano la capacita’ dell’America di contribuire al progresso globale.Come gia’ nel dopo Vietnam, l’America ha la possibilita’ di plasmare un ordine regionale tra Paesi consociati del Sud-estasiatico che non hanno interesse alcuno a vedere l’Afghanistan nel ruolo di “sponsor” di un nuovo terrorismo. E’ fortementeimprobabile infatti che l’Afghanistan talibano possa trasformarsiin una fiorente democrazia. Tanto vale cogliere la palla al balzodell’uscita da una guerra interminabile e far leva sugli interessinazionali delle potenze regionali. Come avverte lo storico MarkAtwood Lawrence, la sfida insita nello sforzo di Washington direcuperare la sua posizione globale non proviene da leader stranieri improvvisamente turbati da dubbi circa l’affidabilita’degli Stati Uniti ma da una problematica interna negli Stati Uniti. Basti pensare all’improntitudine con cui il leader repubblicanoal Senato, Mitch McConnell, ha definito il ritiro dall’Afghanistan“una delle peggiori decisioni di politica estera nella storia americana”. McConnell tenta con ogni mezzo di riconquistare il Senato peri repubblicani nelle prossime elezioni di mid-term. Per lui ed isuoi soci repubblicani, la soluzione era sostanzialmente quelladi “kick the can” ossia di calciare la lattina lungo una strada senza sbocco. La massa degli americani sa invece che Biden hapreso la decisione giusta. Purtroppo la storia e’ piena di casi in cui i leader pagano il prezzo di decisioni giuste. E’ del tuttopossibile che Joe Biden rientri in questa categoria.

Dopo l’abbandono deciso da Biden, gli Stati Uniti non sono privi di risorse per l’Afghanistan, a cominciare dai mezzi necessari ad isolare politicamente i talebani, incluso il diniego di miliardi di dollari del tesoroafghano congelati da Washington. La priorita’ dell’America non e’ quella di trattare un modus vivendi con i leader talebani, ma di contrastare con tutta lapotenza disponibile una resurrezione dell’ISIS e di altreorganizzazioni terroristiche. Questa strategia si imponenon solo per l’Afghanistan ma per tutto il Medio Oriente dovegli Stati Uniti affiancheranno i Paesi minacciati dal terrorismoISIS. La perdita dell’Afghanistan non cambia questo scenario,senza riguardo alle lugubri profezie dei catastrofisti. L’Americarecuperera’ la sua influenza in uno scenario ben piu’ vastodell’Afghanistan, come gia’ avvenne nel dopo Vietnam degli Anni Settanta. Occorre ricordare ai catastrofisti che il disastro nel Vietnam apri’ un nuovo capitolo nel confronto globale a favore dell’Americache acquisto’ il partenariato di Paesi che temevano l’effettodomino e agivano di conserva con l’America per contenere ilcomunismo in tre Paesi asiatici: Cambogia, Laos e Vietnam. Edancora, gli storici ricordano che l’apertura di Nixon alla Cinaridusse il confronto cino-americano e fece in modo che la vittorianord-vietnamita non favorisse un predominio regionale cinese. Paradossalmente, la fine del coinvolgimento americano nel Vietnamobbligo’ la leadership americana a rivolgere l’attenzione ad altritemi strategici, dall’integrita’ delle alleanze al negoziato di disarmocon Mosca. Dai difficili frangenti della sconfitta sud-vietnamitafini’ con l’amergere una piu’ produttiva “soft power”americana. Questapuo’ ora rientrare il gioco con la rinuncia alle guerre senza fine, le “forever wars” che succhiano la capacita’ dell’America di contribuire al progresso globale.

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