CINISMO E SPERANZE PER CUBA

Le recenti manifestazioni di protesta all’Avana ed altri centri di Cuba giustificano un quesito che per mezzo secolo appariva irrealistico: e’ possibile che a Cuba sia nella fase di incubazione di un movimento verso un sistema politico più inclusivo, basato su una nuova base economica che non sia vittima delle
imposizioni esterne, dallo sfruttamento di Cuba nel quadro geopolitico mondiale ed in modo particolare dell’embargo americano che continua a gravare sull’isola? Il carattere distintivo di Cuba è la rassegnazione di un popolo dinanzi allo sfruttamento senza la possibilità di insorgere contro le incursioni e l’autoritarismo imposti dall’esterno. Non e’ avvenuto quando si presentava una speranza di liberazione, o quanto meno di cambio, al momento della disgraziata spedizione anti-Castro organizzata dall’amministrazione Kennedy,
prontamente soffocata da Fidel nella Baia dei Porci. Il calcolo americano su un sollevamento interno in concomitanza con lo sbarco di esuli armati dall’America si rivelava una chimera. Da allora, l’unica manfestazione di protesta a Cuba è stato il cosidetto Maleconazo del 1994 sul famoso lungomare dell’Avana. La repressione castrista fu rapida e sanguinosa. A quel tempo, come oggi, tutto ruotava attorno alle penose condizioni economiche, a cominciare dalla perdita dei sussidi della defunta Unione Sovietica. Il governo castrista, incapace di risolvere i problemi della fame e del fallimento dell’economia rivoluzionaria, si aggrappava all’ancora di salvezza di quel turismo che Fidel aveva condannato negli Anni Sessanta come un retaggio dell’imperialismo americano. A sua volta, Raul Castro
muoveva qualche incerto passo sulla via della liberalizzazione, incoraggiato dalla politica del presidente Obama che si sforzava di aprire alla normalità nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba.

Era un capitolo destinato a chiudersi a seguito di una nuova politica intransigente del presidente Trump e dell’incompetenza del nuovo leader cubano Miguel Díaz-Canel. La nuova generazione di cubani si trova dinanzi allo stesso capestro dei loro padri, l’incapacità di influenzare le forze politiche ed economiche, interne e
globali, che oscurano l’evoluzione ad un futuro migliore. Paradossalmente, l’unica speranza di cambio a Cuba e’ legata al fatto che la nuova generazione non serba un profondo sentimento di lealtà verso la leadership al potere, il lascito di cubani che avevano lottato contro i dittatori Gerardo Machado e Fulgencio Batista e che Fidel Castro aveva sfruttato come nuovo caudillo. Chi si attendeva dal presidente Díaz-Canel qualcosa di diverso dalla
pedissequa concione rivoluzionaria è rimasto deluso. Le sue parole ricalcavano esattamente il rapporto di sempre tra il governo rivoluzionario e qualsiasi forma di dissenso. Chi protesta è lo strumento prezzolato dell’embargo che non rinuncia a strangolare Cuba. Ciò giustifica la permanenza dell’apparato di repressione e la continuità del governo rivoluzionario. Con questa strategia il governo ha costantemente privilegiato il ricorso a misure cautelative
per prevenire qualsiasi possibilità di sollevamento. Ma ora c’e’ qualcosa di nuovo in atto, l’emergente presenza di un settore popolare che scende in piazza senza il timore della prevenzione. Non è molto, ma non è neppure poco. Resta da chiedersi se l’America di Biden potrebbe in qualche modo assecondare il movimento di protesta cubano contro l’incessante tentativo del governo di attribuire il perdurante marasma economico alle sanzioni degli Stati Uniti. La cessazione delle sanzioni non è in vista, e gli analisti americani sono d’accordo
che una simile svolta comporta un forte rischio politico per il presidente Biden. La Florida, con la sua forte componente conservatrice di esuli cubani, lo condannerebbe con violenza, di pari passo con la destra oltranzista.

Detto questo, va ricordato che da 29 anni l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite condanna l’embargo per Cuba. Nell’ultima sessione il voto e’ stato di 182 contro 2. Hanno votato contro gli Stati Uniti ed Israele. Ma il fatto più sorprendente è che in ampia misura i media americani evitano di considerare la misura in cui l’embargo americano continua ad esasperare la situazione nell’isola ed a vanificare qualsiasi serio tentativo di normalizzarla. In breve, le condizioni non sono mature per un riesame della politica americana che contempli la possibilità della cessazione dell’embargo. Non molti sanno che il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità di modificare unilateralmente l’embargo contro Cuba. Il presidente può agire in tal senso, fino al punto di cancellare l’embargo, ad onta dello Helms-Burton Act che impone condizioni politiche su Cuba per la rinuncia all’embargo. Per contro, il Congresso non mancherebbe di opporsi alla cessazione unilaterale dell’embargo. Le corti americane sarebbero tratte in causa anche se fino ad oggi hanno evitato di pronunciarsi sul contenzioso cubano. Il presidente Trump aveva accettato i postulati dello Helms-Burton Act. In termini legali, però, quella legge non ha “codificato” l’embargo nè ha compromesso la discrezione del presidente ai fini della sua abolizione. In conclusione, l’embargo resta una bomba inesplosa
nello scenario politico degli Stati Uniti. E lo restera’ per qualche tempo ancora con le conseguenze che sono da decenni sotto gli
occhi di tutti.

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