L’America e Israele un capitolo da rivedere

Nessuna elezione in Paesi stranieri riceve la spasmodica attenzione che i media
americani attribuiscono alle turbolenti vicende politiche di Israele che dalla
data della sua fondazione ad oggi gli americani considerano caposaldo di
democrazia nel bellicoso Medio Oriente. Ai nostri giorni, di fatto, e’ pressoche impossibile
esagerare il danno che il premier israeliano Netanyhu ha arrecato alla
democrazia di Israele, alle sue istituzioni civiche ed allo stato di diritto toccando
l’estremo di danneggiare a fondo il rapporto tra la maggior parte degli ebrei americani
e lo stato ebraico. Questo e’ l’esito di una politica etno-nazionalista che ha alimentato
un progetto ideologico estremista ed una cultura politica fondata sui principi
dell’apartheid. Netanyahu ha installato e moltiplicato una tale “cultura” attraverso
la costante espansione di insediamenti proibiti dagli accordi internazionali, sabotando
ogni sviluppo tale da condurre alla creazione di uno stato palestinese e delegittimando
ogni tentativo di compromesso israelo-palestinese.
Tutto ormai puo’ essere attribuito ad Israele meno che la qualifica di democrazia. Lo stato
di permanente occupazione del West Bank e il disumano trattamento di una minoranza
palestinese stipata nelle fettuccia di Gaza nelle condizioni piu’ penose sono le
perduranti manifestazioni dell’estremismo razzista di Netanyahu e della sua ostinata politica
di annessione dei territori occupati. Adesso pero’ sembra che l’esiziale supremazia
di Netanyahu sia prossima a chiudersi grazie ad una coalizione che – incredibile dictu –
include Ra’am, un partito principalmente islamista che raggruppa cittadini israeliani
di etnia palestinese. La nuova coalizione – bisogna ammetterlo – e’ una alleanza raffazzonata
di partiti della sinistra, di centro e dell’estrema destra che si spera osservi una linea di
condotta piu’ moderata e ragionevole. Ma forse e’ eccessivo sperare che il nuovo
schieramento anti-Netanyahu alteri a fondo lo status quo dell’occupazione senza fine
e della violenza coordinata dalle autorita’di governo, inclusa quella che mira ad esautorare la
minoranza palestinese demolendo le sue abitazioni nelle zone ambite dai “coloni” ebraici.
La spinta alle demolizioni nella zona orientale di Gerusalemme e l’aggressiva
soppressione delle proteste palestinesi sono state la miccia che ha scatenato
l’ultimo conflitto israelo-palestinese in cui gli israeliani si sono vantati di
“difendere” il loro territorio dai rudimentali razzi lanciati da Gaza. Ma qualcosa
di nuovo ha alterato la tragica scena palestinese. Per la prima volta, una massa
di americani, dai leader della nuova aministrazione democratica ad una crescente massa di
americani (ebrei inclusi) sta forzando un cambio di direzione in materia del
conflitto e dell’appoggio, favorito dall’ex presidente Trump, all’ideologia di estrema
destra imposta dal governo Netanyahu.
L’America non puo’ piu’ ignorare l’ignobile trattamento dei palestinesi da parte
dello stato ebraico. La stretta alleanza con Netanyahu ha reso impossibile
l’adempimento di obblighi negoziali sollecitati da una maggioranza di Paesi
democratici ma in modo particolare la dimostrazione di empatia verso il popolo
palestinese. Se qualcosa ora e’ cambiato, lo si deve ad una equiparazione morale
della causa palestinese con il movimento di Black Lives Matter esploso negli Stati

Uniti. Il diritto alla “auto difesa” non puo’ essere invocato come fine ultimo ed
imprescindibile in un situazione complessa che dovrebbe riconoscere i diritti alla
pace, alla liberta’ e ad una misura di autogoverno anche da parte di coloro che
non detengono alcun potere in quella che era la loro terra. In Israele, come altrove,
e’ giunto il momento di portare avanti la causa della pace, della giustizia e
dell’eguaglianza. Agli Stati Uniti spetta in particolare il compito di stabilizzare
la situazione conflittuale che Netanyahu ha spregiudicatamente esasperato.
Un capitolo esplosivo continua ad essere rappresentato dall’Iran, che Israele
vede come una minaccia alla sua esistenza al punto che Netanyahu ha tentato
strenuamente di impedire la ripresa delle trattative per la neutralizzazione
del potenziale nucleare iraniano. Tutto lascia supporre che l’intesa nucleare del
2015 smantellata da Trump verra’ presto ripristinata. L’amministrazione Biden
dovra’ pagare un prezzo per riportare sotto controllo la minaccia israeliana di un
potenziale attacco contro l’Iran. La leadership di Gerusalemme ha gia’ chiesto aiuti
di “emergenza” all’America per un altro miliardo di dollari, in particolare equipaggiamenti
per il suo scudo antimissile (anche questo un dono americano) e munizioni
di precisione come quelle usate con grande abbondanza contro Hamas, con
il corollario di centinaia di vittime tra la popolazione di Gaza. C’e’ da sperare
che Biden riesca a temperare le resistenze di Gerusalemme ad un ruolo
stabilizzante degli Stati Uniti associato al riconoscimento dei diritti
politici ed umani dei palestinesi. L’interrogativo fondamentale ha molto a che
vedere con il corso politico negli Stati Uniti e con il comportamento della sua
formidabile componente ebraica, che ha nell’AIPAC il piu’ potente strumento
di pressione sul Congresso. Ma anche su questo terreno il dibattito negli Stati
Uniti sta evolvendosi perche’ sono molti gli esponenti ebraici – presenti
nel raggruppamento liberale di J Street – che premono per una disamina sul futuro
del rapporto di Israele con l’America. Ci si chiede in particolare se Israele
fara’ una svolta democratica, conferendo diritti e il crisma dell’eguaglianza ai
palestinesi, oppure si rafforzera’ come una teocrazia indifferente alle spinte
politiche e sociali al suo interno. Realisticamente, e’ illusorio pensare all’accettazione
israeliana di uno stato indipendente per i palestinesi ma ci e’ chi vagheggia una
confederazione che conferisca alcuni diritti ad essi ma soprattutto la cessazione del
trattamento violento e vessatorio che affligge la minoranza palestinese.
L’amministrazione Biden ha frattanto riaperto un ufficio di collegamento diplomatico
con il governo del West Bank ed ha stanziato 40 milioni di dollari di assistenza. Ben
poca cosa in confronto al miliardo di “aiuti di emergenza” che il governo di Gerusalemme
ingende estorcere da Washington ma perlomeno il segretario di stato Blinken ha
parlato di “ricostruire il rapporto” con l’Autorita’ Palestinese e di riaprire il consolato
americano nel settore orientale di Gerusalemme. Ed ancora, Biden ha promesso di
destinare aiuti per 360 milioni di dollari ai palestinesi. Occorre ricordare che la
presidenza filo-Netanyahu di Trump aveva cancellato ogni traccia di relazioni con i
palestinesi e qualsiasi fonte di aiuti. Qualcosa dunque si sta muovendo, se non altro

perche’ la nuova amministrazione americana si sforza di tenere in vita il progetto
di uno stato palestinese. Il segretario di stato Blinken lo ha definito Il “corso migliore” nella
speranza di rilanciare una trattativa diplomatica.
In ultima analisi, comunque, tutto ruota attorno alla prospettiva di una mutazione
del rapporto che lega l’America allo stato ebraico. Ci si chiede se gli Stati Uniti, che per lunghi
decenni hano agito da protettore, fornitore di armamenti e finanziatore di Israele siano
pronti, su spinta dell’opinione pubblica interna, ad elevare finalmente il proprio
“engagement” verso l’obiettivo della soluzione dei due stati. Molti esperti, come Martin
Indyck, dubitano fortemente che le parti in causa nel conflitto attorno a Gaza siano
interessate a superare lo statu quo. Netanyahu, osserva Indyck, accettava il predominio
di Hamas a Gaza, a condizione che non disturbasse il predominio isreliano sulla Cisgiordania e
soprattutto il possesso dell’intera Gerusalemme. In pratica, secondo gli esperti filo-ebraici,
nessuno sembra interessato che gli Stati Uniti tornino ad agire da “broker” di un accordo che
preveda due stati.
A conti fatti, tutto quello che si puo’ sperare come risultato dello “engagement” americano e’
che i palestinesi, dentro e fuori delle loro “enclaves” in Israele, riescano quanto meno a godere
della promessa americana di “eguali misure di liberta’, sicurezza, prosperita’ e democrazia”.
Di piu’ non possono sperare.

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