L’America e il futuro del Trumpismo

Sono molti, anche in Europa, coloro che pronosticano un triste futuro
per l’America, quello di una nazione che continuera’ ad essere ostaggio
di un personaggio autocratico, irrispettoso delle istituzioni, portato alla
strafottente negligenza per la salute pubblica al punto di preferire
un round di golf nel mezzo di un drammatico picco delle infezioni di
covid-19. Quel che lascia attoniti tutti coloro che augurano un migliore
futuro per l’America e’ la sicumera che Trump ostenta per la sua
permanenza al vertice della politica anche dopo la sua sconfitta
elettorale. Ma il futuro dell’America, per quanto denso di nubi, non
appartiene a Donald Trump.
Di fatto, Trump sta cominciando a riconoscere la vittoria
di Joe Biden, pur ripetendo a suon di twitter di essere stato vittima di brogli
elettorali. Lo smisurato ego di Donald Trump e’ legato alla creazione di un culto che da tempo assorbe una forza consistente, la cosiddetta “base”,
che gli analisti politici stimano aggirarsi sui 37 milioni di
sostenitori. Circa la meta’ insomma dei quasi 73 milioni di voti che Trump
ha riscosso nella consultazione. Per contro, in attesa che Donald Trump abbandoni Washington per la Florida, prendono quota le valutazioni di coloro i quali ritengono vicino il giorno in cui Trump sara’ ridimensionato da un vasto ripensamento. Questa previsione e’ associata all’emergere di una pattuglia di giovani esponenti repubblicani – tra i quali si distinguono i senatori Tom Cotton e John Hawley – che pur essendo politicamente accoliti di Trump non sono oberati dal bagaglio della distruttiva frenesia populista del presidente. In tale contesto, non sono pochi gli analisti che escludono una candidatura di Trump all’elezione presidenziale del 2024. Questo convincimento e’ legato alla previsione che Trump concentrera’ la sua strategia sul recupero della sua fortuna finanziaria che dopo la sua uscita dalla Casa Bianca e’ esposta a grossi pericoli, dalla pesante situazione debitoria alla prospettiva di procedimenti penali a iosa da parte del District Attorney di New York Cyrus Vance, che da tempo sta investigando
Trump per frode bancaria ed assicurativa, e dell’Attorney General dello stato di New York, Letitia James. Vance e’ un vero mastino che da anni si
sforza di ottenere le dichiarazioni di otto anni di redditi di Donald Trump. L’accusa di frode fiscale include i pagamenti sottobanco a due donne con le quali Trump aveva avuto relazioni extra matrimoniali. A sua volta, l’Attorney General James e’ da tempo impegnata in intense indagini ed azioni legali nei confronti del “business” della famiglia Trump. Nel suo mirino figura il figlio del presidente, Eric, accusato di aver commesso attivita’ finanziarie illecite come il malfunzionamento delle valutazioni. All’indomani del 20 Gennaio, quando Trump tornera’ ad essere un semplice cittadino, privo dell’immunita’ che gli era concessa dalla presidenza, egli verra’ sicuramente implicato nel prosieguo di indagini che potranno portare a procedimenti penali e condanne. Gli esperti escludono che possa trattarsi di procedimenti federali che avrebbero enormi ripercussioni politiche. Tra le molte accuse rivolte a Trump vi e’ quella di aver sfruttato la sua posizione di capo dello stato per favorire le sue finanze personali. In particolare, Trump e’ accusato di aver violato la cosiddetta “Emoluments Clause” della costituzione, una clausula che vieta l’accettazione di contributi da parte di governi stranieri. Sotto questo aspetto, spicca la frequentazione della clientela del Trump International Hotel
nella capitale. Gli avvocati del Dipartimento della Giustizia cercano da tempo di bloccare le citazioni (”subpoena”) attinenti alle poco pulite attivita’ commerciali del presidente. Il caso e’ arrivato alla Corte Suprema che finora non ha accettato di discuterlo.
E’ scontato che Trump si sforzera’ di mantenere in piedi il gigantesco
apparato costruito attorno alla sua figura di miliardario portabandiera
di una massa di americani disgustati dalla “palude” di governi elitari,
e per associazione corrotti, di matrice democratica. Le radici del perverso
fenomeno rappresentato da Trump sono di fatto vecchie e profonde. La
piu’ lacerante e’ quella del razzismo sistemico che non e’ cessato negli Stati
Uniti ma si e’ fatto sotterraneo e meno diffuso nella pubblica percezione.
Nondimeno, il razzismo e’ la componente piu’ forte del risentimento di
quella massa di bianchi, presente negli stati rurali ed in quelli del Sud, che
Trump ha abilmente sfruttato. L’americano medio nega infatti di essere
razzista o cela il fatto di esserlo quando viene interpellato in merito alla
sua fede conservatrice. In realta’, le intense proteste nazionali del movimento Black Lives Matter non hanno scalfito le resistenze ad una piena integrazione delle comunita’ di minoranza nere e di altre etnie. L’incorregibile brutalita’ della polizia ci ha messo il resto.
Ma i tempi cambiano e con essi gli indirizzi di governo, che la vittoria di Joe
Biden certamente modifichera’ con impegni sociali. Il progresso dell’America non puo’ che passare attraverso politiche che riducano le diseguaglianze strutturali che da secoli caratterizzano la nazione americana. Trump ed il partito repubblicano hanno saputo sfruttarle riuscendo a governare pur essendo una minoranza. Lo stesso Collegio Elettorale, concepito in un’epoca in cui i padri fondatori cercavano l’equilibrio tra gli stati in via di formazione, e’ in pratica uno strumento di potere repubblicano. Basti pensare che ancor oggi gli stati che rappresentano il 17 per cento della popolazione eleggono una maggioranza dei senatori. Si stima che entro il 2040 i quindici stati piu’ popolosi conteranno il 67 per cento degli americani ma saranno rappresentati dal 30 per cento dei senatori. Ed ancora, dal 2000 ad oggi il candidato repubblicano ha conquistato la Casa Bianca con un numero
di suffragi inferiore a quello del candidato democratico. Biden ha prevalso
su Trump con cinque milioni e mezzo di voti in piu’.

Pur accantonando il declino dell’influenza politica del trumpismo, resta
il fatto che per molto tempo ancora il panorama politico americano restera’
imprevedibile per una serie di motivi, primo fra tutti la consistenza del
partito democratico. I democratici sono tornati alla Casa Bianca ma
con le ossa rotte al Congresso e nelle legislature statali. Dopo aver
preconizzato grossi avanzamenti nella consultazione del 3 Novembre,
hanno accusato la mancata conquista del senato e la perdita di
dieci seggi alla Camera (ma saranno probabilmente di piu’). Ancora piu’
bruciante e’ il fatto che non sono riusciti a scalzare un solo deputato
repubblicano. Il redde rationem e’ stato immediato e le conseguenze non
possono che essere pesanti per tutti i democratici. I moderati hanno accusato i liberals di aver scompaginato il messaggio del partito. I liberals si sono difesi oppugnando che era loro dovere incentivare la base progressista.
Tra le accuse che incendiano il partito primeggia quella di non aver saputo
neutralizzare la campagna con cui i repubblicani hanno affibbiato
l’etichetta di socialisti ai candidati democratici. Ed ancora, molti
recitano il mea culpa per l’impiego di slogan come quello del
“defund the police” ossia del taglio di fondi alla polizia. Lo Speaker
Nancy Pelosi sta lanciando disperati appelli all’unita’. Tra non molto
sara’ anche lei sotto tiro, anche perche’ conta 80 anni. Per concludere,
il partito democratico ha davanti a se un compito estremamente
difficile, quello di trasformare una disordinata coalizione anti-Trump
in una stabile maggioranza elettorale. Anche senza lo spettro di Donald
Trump, il presidente Biden ha dinanzi a se una missione quasi impossibile.

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