BIDEN E LA RICONQUISTA DEL ‘MURO BLU’

La vittoria di Biden in Pennsylvania, dopo quelle del Wisconsin e del Michigan, rappresenta il raggiungimento dell’obiettivo strategico della campagna elettorale di Joe Biden, la ricostituzione del “muro blu” del Midwest industriale che Donald Trump aveva demolito nel 2016. Se poi Biden dovesse assicurarsi, come appare probabile, la Georgia e l’Arizona, cio’ rappresenterebbe un eclatante successo del partito democratico nel tradizionale territorio repubblicano della “Sun Belt” (la
cintura del sole). La vittoria in Arizona sarebbe il frutto del costante appello
dei democratici all’elettorato latino, per quanto afflitto da insuccessi nella
Florida e nel Texas, dove entrano in gioco nuclei discordanti di cubano-americani e latini di provenienza emisferica. La vittoria nella Georgia segna poi un momento importante per gli sforzi democratici di cambiare il Sud, dove il partito repubblicano ha fatto il buono e cattivo tempo dai tempi di Nixon. Altrettanto decisivo e’ stato l’apporto degli elettori neri che si sono identificati a stragrande maggioranza nella causa di Joe Biden.
Il fenomeno che oggi interessa maggiormente agli analisti americani e’ comunque l’iniziale ribaltamento nei ranghi repubblicani, prodromo del loro abbandono del “culto” di Donald Trump associato alla sua “dittatura” sul partito GOP. Un segnale significativo e’ giunto dal leader repubblicano del senato, Mitch McConnell, quando ha affermato che “ogni voto legale va conteggiato” e che “tutte le parti devono rispettare il processo in corso”. Di fatto, nessun repubblicano ha fatto eco alle accuse del presidente di brogli e frodi elettorali.
Un fatto eccezionale contribuisce a far si’ che l’elezione del 2020 passi alla
storia. Il presidente Trump aveva appena cominciato a parlare alla nazione
in un momento del pomeriggio quando gli americani ascoltano i telegiornali. Aveva appena esordito con questa frase: “se contate i voti legali, io vinco facilmente. Se contate i voti illegali, tenteranno di rubarci l’elezione”, che i presentatori delle tre maggiori reti televisive (fatta eccezione per la Fox) staccavano la spina ed accusavano apertamente il presidente di propagare menzogne. Un simile affronto al presidente non ha precedenti nella storia dei media americani. Un’altro aspetto che in qualche modo cambiera’ e’ l’impatto dei tweet nel dibattito politico. Dopo aver dominato come twitter in capo, Trump ha rivelato la sua vulnerabilita’ quando ha lanciato il suo patetico appello finale: “stop the count!” (fermate il conteggio!). Un appello tanto piu’ assurdo perche’ corte dopo corte respingevano i tentativi dei legali del presidente di arrestare la tabulazione dei suffragi senza alcuna prova di violazione delle norme elettorali.

Se il dramma del conteggio elettorale ha distrutto Donald Trump e’ anche
conseguenza di un suo grosso errore strategico. Trump ha chiesto ai suoi
sostenitori di non affidarsi al voto per posta ma di presentarsi di persona alle urne. Da parte loro, i democratici hanno anteposto la loro sicurezza personale dinanzi al dilagare del covid-19 e l’opportunita’ di votare per posta per non soccombere alle manovre repubblicane di soppressione dei voti attraverso restrizioni nelle operazioni di voto ed altri impedimenti
nel voto in persona. Un altro fattore che ha inciso sul disastro di
Trump alla stretta finale e’ quello che concerne i tempi di spoglio delle schede. Negli stati in cui i voti per corrispondenza venivano scrutinati per primi, come nell’Ohio, il candidato democratico poteva vantare un netto vantaggio iniziale per poi soccombere dinanzi al maggior peso dei voti in persona dei repubblicani. Al contrario, in quegli stati, come la Pennsylvania e la Georgia, in cui i voti postali venivano scrutinati dopo quelli in persona, si dava luogo ad una valanga finale a favore di Biden. Basti pensare che al suo apice del conteggio in Pennsylvania, Trump aveva un vantaggio di 700.000 voti. Nella mattinata di venerdi il colpo di grazia per Trump proveniva da Philadelphia ed altri centri con netta concentrazione democratica. In parole povere, l’elezione del 3 Novembre segnava la rivincita dell’America “blu” metropolitana sui feudi rurali repubblicani.
Un addentellato cruciale dell’elezione di Biden potrebbe investire la Corte Suprema, che e’ ormai una roccaforte repubblicana. La massima corte potrebbe riservarsi di giudicare la correttezza di una decisione della corte suprema della Pennsylvania che riguarda la tabulazione di voti tardivi, ma legali, nello stato. Nella disperata ricerca di un appiglio per coinvolgere la Corte Suprema, sulla falsariga di quanto accadde nella battaglia legale in Florida tra Bush e Gore nel Dicembre 2000, Trump deve sperare non solo in un intervento partigiano dell Corte Suprema ma nell’incapacita’ di Biden di raggiungere la fatidica quota di 270 voti elettorali senza in concorso della Pennsylvania. Resta infine da segnalare un altro
aspetto della polemica sui conteggi, l’accusa di “soppressione” dei voti
elevata dai portavoce del partito repubbicano. L’accusa repubblicana semmai dovrebbe essere quella di “moltiplicazione” dei voti democratici. E’ arcinoto infatti che i repubblicani hanno fatto di tutto per sopprimere una gran numero di voti democratici attraverso le norme artificiose di alcuni stati come quella della verifica delle firme sui certificati elettorali o la presentazione di documenti con foto rilasciati dalle autorita’. In Texas addirittura, il governatore repubblicano dello stato aveva limitato l’impiego dei depositi di schede elettorali ad uno per contea. Basti pensare che la sola contea di Harris nel Texas ha 4.700.000 abitanti. La corte suprema del Texas aveva abolito tale disposizione. Quanto ai ritardi nello spoglio dei suffragi e’ irragionevole pensare che sia dovuto, come afferma la Casa Bianca, all’attuazione di frodi. In generale, l’America assiste
ora ad un crescente distacco di senatori e deputati repubblicani dalla
condotta di un presidente che non vuole accettare la sconfitta. Al limite,
e’ persino possibile che Trump non riconoscera’ l’esito ufficiale del voto,
stabilendo un altro insidioso precedente nella storia americana. Ne e’
da escludersi che il comportamento di Trump sia legato ad un altro
disegno, quello di concorrere alla candidatura per l’elezione presidenziale del 2024.

Cio’ spiega la cautela con cui gli esponenti repubblicani reagiscono
ora alla debacle trumpiana. Il destino del partito repubblicano, oltre che
dei suoi maggiori esponenti, e’ legato a filo doppio al “dopo Trump”.
Il partito repubblicano e’ anch’esso vittima dell’anti-liberalismo di Donald
Trump e della delegittimazione di norme che rappresentano la spina
dorsale di una societa’ democratica. Sara’ molto difficile per i repubblicani
recuperare i principi di un sano conservatorismo, rispettoso dei diritti
umani e di tradizioni collaborative. La chiave di lettura piu’ importante
della nuova amministrazione Biden sara’ proprio quella della collaborazione al Congresso. Se il senato dovesse restare sotto il controllo repubblicano (ma e’ del tutto possibile che il conteggio risulti in parita’ favorendo i democratici), c’e’ poco da iludersi che l’implacabile McConnell, bestia nera di Obama, venga a patti con il nuovo presidente. L’eredita’ di
Donald Trump, e fors’anche la sua stessa figura, rimarra’ in gioco per
molto tempo ancora.

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