Il Ragazzo sul Fronte

Quando finalmente entrammo a Riccione dalla strada provinciale, trovammo la citta’ praticamente deserta. Dovevamo risolvere innanzi tutto il problema di un ricovero per la notte. Scegliemmo una casa abbandonata dove non fu difficile entrare. Si trovava a breve distanza da un fiumiciattolo che intersecava la citta’, il Melo, prossimo alla Via Flaminia. Il vecchio ponte romano ad una arcata era rimasto miracolosamente indenne permettendo il traffico. La villa che ci ospitava, per cosi’ dire, era spaziosa, con alcuni mobili, letti inclusi. Doveva appartenere, come molte altre, a qualche ricco bolognese. Era immersa in un piccolo parco con vari alberi, prevalentemente pini. Nelle vicinanze, non c’era traccia di alcun negozio
aperto e di conseguenza eravamo condannati alla fame. Esplorando la zona trovai un orto in una villa poco distante. Sradicammo una piccola quantita’ di carote e con quelle ci sfamammo. Trovai anche un anatroccolo che portai a casa.

Mio padre disse scherzando che tra non molto avremmo potuto mangiarlo.
Naturalmente io protestai con veemenza. L’anatrocollo visse. Passarono pochi giorni ed il frastuono del fronte si fece pericolosamente vicino.
Un plotone tedesco era dislocato in citta’ sulla sponda del Melo. I soldati avevano fatto ricorso ad una curiosa messa in scena per tenere a distanza i reparti alleati. Avevano divelto i lunghi lampioni neri e li avevano disposti su un argine rialzato puntandoli a sud oltre il fiumiciattolo. Mio padre giudico’ ingegnoso lo spiegamento dei lampioni, una facciata alla stregua del famoso villaggio di Potemkin. Poi, di colpo, fummo travolti da un nuovo drama. Era da poco passata la mezzanotte quando fummo svegliati dal rumore di porte sfondate e di soldati penetrati all’interno.

Erano armati di fucili d’assalto, certamente non elementi di fanteria. Mio padre opino’ che erano Waffen SS o paracadutisti. Urlavano imperiosamente ”raus”! Era un ordine che non ammetteva repliche anche se mio padre, conoscendo un poco di tedesco, implorava che ci venisse concesso del tempo. Il suo tentativo di ritardare l’espulsione fruttava
altre urla accompagnate da minacce. Mia madre piangeva incontrollabilmente. Mio fratello strillava con toni struggenti. Non ci restava che riempire in fretta le valigie abbandonando vari oggetti tra cui fotografie di famiglia che in tal modo andarono perdute.

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