Il Ragazzo sul Fronte

Entrati a Viserba, ci trovammo di fronte uno scenario del tutto simile a quelli che avevamo visto prima. Molte case erano abbandonate, non c’erano negozi, nessun passante, salvo un paio di soldati tedeschi. Scegliemmo una casa vuota e relativamente illesa. Mio padre ci assicuro’ che da li’ non ci saremmo mossi, non importa quel che potesse succedere. Malauguratamente, i nostri guai non erano finiti. Eravamo condannati
ad aspettare che passasse il fronte, in preda all’incertezza e al nervosismo. Cercavamo qualcosa da mangiare negli orti adiacenti e sugli alberi da frutto, perlopiu’ meli. Un giorno mio padre riusci’ ad acquistare del pesce trascinato a riva dalla tradizionale sciabiga. Questo tipo di pesca consisteva nel calare a semicerchio una rete che veniva poi tirata a terra mentre il pesce finiva in una sacca all’estremita’. Le zanchette e le alici
pescate a Viserba ci regalarono il piu’ gustoso pranzo dopo molto tempo.

Rivolsi molti quesiti a mio padre mentre aspettavamo che succedesse qualcosa. Mio padre non era fascista e si definiva “monarchico”, ossia fedele al re. Mia madre invece era dalla parte opposta e vantava di essere “repubblicana”, simpatizzante del vecchio partito progressista che combatteva la monarchia ed il regime clericale con pari intensita’.
Suo padre Marino Turchi, ravennate, aveva dovuto ripararsi in Argentina a fine Ottocento in quanto repubblicano e anti-clericale. Mio padre aveva intuito sin dal secondo anno di guerra che l’asse italo-tedesco l’avrebbe persa. Era infatti consapevole che i nazisti non avrebbero potuto combattere indefinitamente su due fronti e che col passar del tempo la gigantesca produzione bellica e l’organizzazione avanzata degli Stati Uniti sarebbero prevalse.

Egli aveva visto da vicino su vari fronti quanto poco l’Italia contribuiva alla macchina da guerra germanica. La sua speranza era che la fase finale del conflitto scavalcasse l’Italia ma gli alleati avevano deciso di lanciare l’invasione della penisola, un’operazione piu’ politica che strategica. I bombardamenti indiscriminati sulle citta’ italiane avevano spinto mio padre all’orlo della disperazione.

Nulla ci aveva preparato all’eventualita’ che uno di quei bombardamenti fosse riservato anche alla cittadina di Viserba. Si stava facendo scuro quando mio padre mi porto’ all’aperto per assistere ad uno spettacolo infernale. Il cielo era completamente illuminato dal bagliore di centinaia di razzi sganciati da una speciale operazione aerea per conferire totale visibilita’ ai bombardieri. Era una visione dantesca destinata a tramutarsi in un orribile incubo. I pesanti bombardamenti in atto erano propedeutici ad una massiccia offensiva che avrebbe sospinto gli alleati sulla strada verso Bologna e subito dopo alla pianura padana.

Mio padre sapeva bene quel che stava per scatenarsi su di noi. Non c’erano rifugi antiaerei nelle vicinanze e la casa non aveva una cantina. Ci stringemmo stretti stretti nell’angusto sottoscala, terrorizzati dalle esplosioni che si facevano via via piu’ vicine. Pochi minuti dopo, udimmo il messaggero di morte, il penetrante sibilo di una bomba in arrivo. Mio padre fece appena in tempo a gridare “e’ per noi!” che una lacerante esplosione scosse l’edificio facendo piovere su di noi larghe falde di intonaco con un soffocante polverone. Potevamo respirare a mala pena ma eravamo vivi. La bomba aveva centrato la casa adiacente alla nostra, distruggendola
interamente. Poche ore piu’ tardi, in un’alba tragica, vidi le macerie. Alcuni vicini ed operai stavano scavando nell’ammasso di materiali distrutti per estrarre i cadaveri delle vittime. Da mio padre appresi che sette persone erano rimaste sepolte dall’esplosione. Non mi fu permesso di assistere al recupero delle salme ma vidi abbastanza dell’orrenda devastazione. In tutta la mia vita, non ho mai dimenticato quei materassi con macchie di sangue.

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