Il Ragazzo sul Fronte

Ci mettemmo nuovamente in cammino, spingendo il carretto nel cuore della notte, per un’altra prova di sofferenza in quel calvario di vittime della guerra. Ci accompagnava il rumore cupo delle ostilita’ alle nostre spalle. Affranti dalla fatica e ridotti ad uno stato di disperazione percorremmo gli otto chilometri della Via Flaminia fino a raggiungere Rimini, la citta’ da dove eravamo scappati rimanendo senza casa. Era consolante comunque il fatto che i miei genitori conoscevano bene la citta’, il che ci permise di raggiungere uno scheletro di albergo abbandonato. Li’ viveva il custode, un ex membro della marina militare, che dopo aver visto le nostre pietose
condizioni ci apri’ una stanza con due letti sfondati. La mattina seguente, salimmo insieme a lui sulla terrazza dell’albergo. Da quell’osservatorio eravamo in grado di assistere ad uno stupefacente spettacolo, il combattimento tra carri armati sulla pianura di San Fortunato, all’estremita’ meridionale del circondario di Rimini.

Da adolescente, ero stupefatto da una vista che eccitava la mia incoscienza. Il confronto di mezzi corazzati che si dispiegava dinanzi a me, a pochi chilometri di distanza, era terrificante, con potenti scoppi, lingue di fuoco e nubi di fumo. Lungo il saliente sud-occidentale, il cuneo di avanguardia alleato – formato dai mezzi corazzati della Quinta Divisione canadese e della Prima Armoured Division britannica – aveva ingaggiato un cruento duello con i carri armati della Divisione Panzer Grenadier tedesca. In quello scontro, la Ventinovesima Panzer Division tedesca subiva perdite incolmabili. I resti della divisione venivano sparsi in piccolo gruppi la cui tenace resistenza nel villaggio di Monticello permetteva al grosso delle forze tedesche di ritirarsi. Il giorno successivo, il 21 Settembre, la brigata greca di truppe di montagna occupava Rimini.

Quel che accadde in quei giorni a Rimini ha tormentato la mia memoria durante tutta la mia vita. Ancor oggi, non posso darmi ragione del perche’ mio padre non freno’ la mia giovanile insensatezza. Credo che volesse che io fossi testimone dell’opera devastatrice della guerra come un’esperienza per il mio futuro, sulla falsariga della sue esperienze di giovane marinaio. In ogni caso, nulla costringeva mio padre a proteggermi aldila’ delle circostanze, coinvolti come eravamo in ostilita’ che non risparmiavano nessuno. Confesso che in quelle circostanze non pregai. Mia madre, cattolica devota, pregava in silenzio. Avevamo assistito ad eventi che avrebbero potuto segnare un fatale destino per la famiglia ma grazie a
mio padre non fummo presi dal panico. Evitare il rischio da civile e’ un ossimoro. Pur avendo rischiato la vita con la mia osservazione dei fatti bellici, non sarebbe corretto affermare che mi ero esposto ad un pericolo maggiore.

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