IL BUSILLIS TRUMP – CINA

Notoriamente, la Cina e’ un’ossessione di Donald Trump. Lo riflette, ora piu’ che
mai, la fluttuazione negli atteggiamenti presidenziali che vanno dal chiaro intento
di concludere accordi commerciali di vasto respiro e di indiscussa utilita’ economica
per l’America al calcolo elettorale che addossa alla Cina la responsabilita’ della
propagazione del coronavirus ma soprattutto il sospetto che il virus in questione
sia stato prodotto, o comunque sia sfuggito da un laboratorio statale non lontano
da Wuhan. Una rapida analisi dei trascorsi di Trump con i cinesi prende le mosse
all’indomani del diffondersi di notizie sull’esplosione della pandemia a Wuhan. “Siamo
a stretto contatto con la Cina, ed io personalmente con il Presidente Xi”, annunciava
Trump il 25 Febbraio. “Il presidente lavora intensamente, ve lo posso assicurare”,
Il giorno dopo, Trump riferiva di “un’ottima conversazione” con il Presidente Xi e
commentava che la Cina aveva attaccato il virus con forza. E concludeva: “lavoriamo in stretta intesa. Molto rispetto!”

Da allora ad oggi, il rispetto di Trump e’ andato a farsi benedire. Trump e gli americani
sono infuriati con la Cina che sin agli inizi avrebbe nascosto le reali dimensioni della
pandemia ed occultato informazioni vitali circa le origini e la struttura genetica del virus.
Non solo, ma l’inganno perpetrato da Pechino avrebbe causato un numero piu’ alto di
decessi negli Stati Uniti e quarantene piu’ lunghe e tormentate. Viene quindi da chiedersi
cosa abbia portato Trump a rivolgere i suoi strali contro la Cina accusandola di non
aver gestito la pandemia con la dovuta trasparenza e giungendo a parlare del “virus cinese”?
C’e’ una risposta, condensata in un nome: Joseph Biden. Nel mezzo di una crisi interna
dell’amministrazione Trump, responsabile di impreparazione e incompetenza nella
gestione del virus, quale migliore distrazione che non quella di denunciare presunte
connivenze di Biden e del figlio Hunter con la Cina? La campagna elettorale di Trump
sara’ basata in parte proprio sul ruolo svolto dall’ex vicepresidente nel promuovere rapporti amichevoli e cooperativi con la Cina, ripetutamente descritta da Biden come un grande partner
commerciale. Altro capo di accusa e’ una dichiarazione dello stesso Biden secondo cui la Cina “non e’ in concorrenza con gli Stati Uniti”. Ed ancora, Biden dovra’ rimangiarsi l’accusa di
xenofobia rivolta a Trump per aver disposto la cessazione dei viaggi dalla Cina, una
decisione alla quale lo stesso Trump si aggrappa ora per dimostrare di aver agito
celermente ed efficacemente contro la diffusione della pandemia.

Uno dei marchi distintivi di Donald Trump e’ l’incessante ricerca di un boogeyman, un
“uomo nero” o demone che va combattuto. L’Iran ha ricoperto questo ruolo per quaranta anni, salvo un breve periodo durante la presidenza Obama, ma adesso e’ il turno della Cina. L’esistenza di un boogeyman non e’ un asso nella manica in una contesa presidenziale, ma funziona piuttosto come diversivo in un momento in cui serve cambiare discorso. Trump ha
un esercito di fiancheggiatori nella sua campagna anti-Cina, l’ultimo dei quali e’
l’ex Speaker della Camera Newt Gingrich. In un recente libro, “Trump vs China”,
Gingrich afferma che la Cina rappresenta la maggiore minaccia agli Stati Uniti. L’ultima
frecciata alla Cina in ordine di tempo e’ giunta nella conferenza stampa della Task Force
per il coronavirus quando Trump ha comunicato che gli Stati Uniti intendono inviare un
gruppo di esperti in Cina per “investigare” il sorgere della pandemia. Resta da osservare
che in un clima di paura come quello dischiuso dal coronavirus esplode anche
la dinamica del razzismo, cosa che per l’appunto si verifica ai danni degli asiatici e
degli americani di origine cinese nel momento in cui il presidente condanna
il “virus cinese”.
Una cosa comunque e’ inchiodare la Cina alle sue responsabilita’ in fatto di scarsa
trasparenza sull’epidemia di Wuhan, altra cosa e’ definire l’ex vicepresidente
“Beijing Biden”, associandolo in modo indelebile al regime comunista di Pechino. La
vile strategia di Trump di affibbiare nomi insultanti ai suoi avversari – come
quello di “crooked Hillary” (disonesta Hillary) – costringe Biden sulla difensiva non
solo circa il suo passato nel promuovere relazioni commerciali con Pechino ma
anche per il rapporto d’affari imbastito dal figlio Hunter con una banca statale
cinese. Il suo contatto – ha fatto sapere il portavoce di Trump – risale al tempo in cui
Hunter accompagno’ il padre vicepresidente a Pechino su Air Force 2.

Non vi e’ dubbio che l’ambivalenza e’ una strategia alla quale i politici fanno spesso
ricorso per non incorrere in errori irrimediabili. Di fatto, la praticano sia Trump,
che ripete il ritornello del “virus cinese” ben sapendo che sara’ recepito e ripetuto
al livello popolare mentre si astiene dal condannare apertamente Xi e la sua
politica xenofoba, sia Biden, che dopo aver esaltato per anni un robusto intercambio
con la Cina deve trovare il modo di censurare la Cina e, guarda caso, la sua
xenofobia. L’accusa alla Cina di aver provocato la perdita del lavoro per milioni di
americani non puo’ che favorire la sua candidatura presso la forza lavorativa di
fede democratica ma comporta anche il rischio di indisporre gli elettori cino-americani
che sono tendenzialmente portati a votare per i candidati democratici.

C’e’ comunque un altro protagonista della campagna elettorale che ha deciso di
mettere in stato di accusa la Cina e in via subordinata l’associazione di Biden con
Pechino. Si tratta della catena televisiva Fox che sta ormai inondando i suoi programmi
con pesanti imputazioni alla Cina nell’evidente intento di stornare l’attenzione dalla
tarda e incompetente reazione dell’amministrazione Trump al dirompente propagarsi della
pandemia. La pervicace campagna anti-cinese degli opinionisti Fox e di senatori
repubblicani oltranzisti e’ peraltro dissonante rispetto al comportamento
ossequioso di Trump nei confronti del presidente Xi oltre che al fatto che gli Stati Uniti
fanno affidamento sulla Cina per ricevere equipaggiamenti medici quanto mai
necessari. Non e’ la prima volta che Donald Trump affronta una problematica complessa
giocando partite in contrasto tra loro. In particolare, sono molti coloro che ricordano
come Trump si sia ripetutamente vantato di poter contare su 250 miliardi di dollari
di provenienza cinese. E’ evidente infatti che il Presidente non intende compromettere
l’esecuzione degli accordi preliminari con la Cina del gennaio scorso. Qualcuno ha fatto
notare la stranezza di un partito fondamentalmente “internazionalista” come quello
democratico e di un partito tradizionalmente pro-commercio come il GOP repubblicano
che si accusano a vicenda di essere “succubi” di Pechino.

Resta dunque il quesito circa la convenienza per Trump di far leva nella campagna
elettorale sull’animosita’ di parte dell’elettorato, democratico e repubblicano, nei confronti della Cina. Le passate esperienze dimostrano che una questione di politica estera non
si presta ad uno sfruttamento elettorale intensivo come quello che la catena Fox
sembra voler propinare ai suoi ascoltatori. Per i democratici, il problema e’ presto
detto, quello di non voler apparire come difensori della Cina. In ultima analisi,
la campagna elettorale non potra’ non essere influenzata dal decorso della
pandemia, se non altro per gli effetti che la crisi continuera’ ad avere sull’economia,
dall’occupazione al mercato azionario. Qualora la crisi dovesse perdurare, Donald
Trump potra’ esercitare l’opzione di accusare la Cina di aver scatenato l’epidemia e
di aver occultato le proprie responsabilita’. “Ci saranno conseguenze – ha gia’ detto –
se si scoprira’ che i cinesi erano consapevolmente responsabili”. In tal caso,
saranno irrilevanti le insinuazioni circa una corrispondenza di Joseph Biden con le
autorita’ di Pechino. In definitiva, il candidato democratico non ha molto da temere
dagli attacchi della Fox e dei suoi portavoci ultra conservatori. Molto piu’ rilevante
sara’ invece il comportamento del Presidente Xi verso Trump, un interrogativo
che molti si pongono a Washington ed in misura minore nelle capitali europee,
frastornate dall’impudenza ed imprevedibilita’ del presidente americano.

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