LA PRESIDENZA TRUMP E LE SUE FALSE ILLUSIONI

Tra piu’ o meno trent’anni, quando gli storici passeranno al setaccio il secolo scorso e i
decenni successivi al 2000, non vi e’ dubbio alcuno che assegneranno a Donald Trump
il primato di peggior presidente della storia americana. I suoi concorrenti in questa
sciagurata classifica sono James Buchanan, quindicesimo presidente, che non
seppe o volle affrontare la questione della schiavitu’ e impedire la secessione degli
stati del Sud. L’altro e’ Warren Harding, il ventinovesimo presidente, la cui
amministrazione fu pervasa dagli scandali, tra cui il Teapot Dome e quello legato al
direttore del Veterans Bureau che vendette illegalmente le scorte mediche del governo a
imprenditori privati. Ironicamente, Harding era stato eletto con una valanga di voti.
La coincidenza tra lo scandalo di quel Veterans Bureau e il presente tracollo della
politica assistenziale di fornitura di equipaggiamenti medicali per la
lotta contro il coronavirus hanno la stessa radice, l’inettitudine del capo dell’esecutivo.

Nessun presidente del passato avrebbe mai pronunciato in pubblico una frase simile:
“Io non mi assumo responsabilita’ alcuna” per le gravi carenze dell’operazione
sanitaria volta a proteggere gli americani dal virus, attribuendo la colpa ad
una serie di “circostanze” non specificate nonche’ “norme, regolamenti e caratteristiche
di altri tempi”. Per stupefacente che possa sembrare, il presidente degli Stati Uniti ancora
una volta rovesciava la colpa sul suo predecessore, Barack Obama. Questo indecente
tentativo di addossare ad Obama le responsabilita’ che Trump non si assume e’ del
resto una costante di Donald Trump presidente, che sin dagli inizi del suo mandato e’
apparso ossessionato dalla volonta’ di smantellare l’eredita’ politica di Obama e le sue
realizzazioni, dalla legge per la sanita’ (Obamacare) all’accordo nucleare con l’Iran,
dai patto di Parigi per il clima agli accordi commerciali con l’Europa e l’Asia. In breve,
l’eredita’ di Donald Trump e’ quella di un pervicace distruttore di trattati, intese e
regolamenti negli Stati Uniti e nel quadro globale, senza alcuna struttura o negoziazione
sostitutiva, salvo possibilmente il caso del rimpiazzo di NAFTA (American Free
Trade Agreement).

Il marchio distintivo della presidenza Trump puo’ essere riassunto in questi termini:
inazione, mendacia ed un puerile “finger pointing”, come gli americani descrivono
il vizio di puntare su altri un dito accusatorio. Di fatto, la sregolata leadership di
Trump ha esacerbato l’incertezza e la manchevolezza decisionale in una congiuntura
che di giorno in giorno si faceva critica. Quello che gli storici certamente ricostruiranno
e’ la lunga sequenza dei penosi tentativi di Trump di assicurare gli americani che tutto
era sotto controllo e che quindi non c’era ragione di abbandonarsi al panico. Mentre
il dottor Falci avvertiva gli americani che “le cose peggiorerano prima di migliorare”,
il presidente esprimeva il convincimento che “i giovani e le persone in buona salute non
soffriranno per il virus” e che in generale la gente poteva “relax”, ossia rilassarsi, “perche’
stiamo facendo bene”. Il calibro della leadership di Trump veniva definito sin dal primo momento dall’incoscienza con cui il presidente suscitava false speranze mentre tutti gli esperti della sanita’ nazionale e quelli degli istituti di ricerca e delle strutture
ospedaliere si appellavano agli americani perche’ stessero a casa ed evitassero contatti.

La leadership di Trump produceva una mole di “fiction”, storie inventate come quella
secondo cui Google stava mettendo in opera un website che avrebbe permesso
di valutare eventuali sintomi per poi indirizzare i soggetti positivi a fantomatiche
sedi di ‘testing’ simili alle passerelle (drive through) di banche e locali di ristorazione. Si
trattava di un’altra irresponsabile esagerazione in quanto il progetto era ancora in
limitata fase sperimentale. Il presidente, sbugiardato dai fatti, se la prendeva con
la stampa, da lui costantemente attaccata come “nemico pubblico”. Con l’eccezione
della rete Fox, popolata da sicofanti commentatori trumpisti, la stampa non aveva
fatto altro che riportare le dichiarazioni del presidente secondo cui ‘tutto e’ sotto controllo”,
“siamo riusciti a chiudere le fonti del virus”, “le cose andranno progressivamente meglio”,
“e’ un miracolo, ma il pericolo scomparira’”. Con il passar dei giorni, il pericolo cominciava
ad incombere sugli americani e Trump continuava a minimizzarlo. La Casa Bianca avrebbe
potuto varare misure per arrestare lo sviluppo del virus, dando il via ad una massiccia
produzione di “test”, ilustrando i gravi pericoli della pandemia ed esortando gli americani
a prendere le dovute preoccupazioni. Nel corso di settimane, Dump non faceva altro che
minimizzare il pericolo del contagio. Mentre gli esperti segnalavano l’incremento del
rischio di propagazione del virus, il presidente appariva piu’ preoccupato dalla contrazione del mercato azionario.

Il 24 Gennaio mandava in giro un tweet per far sapere che ”tutto andra’ per il meglio”. Sei giorni dopo, teneva un discorso nel Michigan in cui affermava, ancora una volta: “Tutto e’ sotto
controllo. Non abbiamo problemi in questo momento nel nostro Paese. Solo cinque persone. Ma tutte stanno guarendo”. Quello stesso giorno, la World Health Organization (WHO) lanciava un appello con cui defineva il coronavirus “un’emergenza internazionale di salute pubblica”. Dinanzi al tribunale della storia, Donald Trump verra’ giudicato anche per aver rifiutato l’offerta della WHO di un “test” dell’organizzazione mondiale. La mancanza di “test” faceva degli Stati Uniti la nazione piu’ arretrata nella prevenzione del contagio, destinata a pagare cara l’impreparazione. In quei giorni ed anche adesso, quando l’epidemia miete migliaia di vittime quotidianamente a New York, Trump non trovava di meglio che scagliarsi contro i media accusandoli di “gettare nel panico i mercati”. In aggiunta, i propagandisti della destra oltranzista pro-Trump, che agli inizi avevano denunciato la pandemia come un “democratic hoax” ossia una mistificazione dei democratici, dinanzi al fenomeno inarrestabile del contagio non trovavano niente di meglio per mascherare l’incompetenza del presidente che accusare la stampa di aver drammatizzato la pandemia per danneggiarlo. E’ indiscutibile comunque che i media americani sono stati quanto mai lenti nel riconoscere la realta’ della pandemia. Questa incresciosa mancanza di introspezione, unita alla politicizzazione operata da Tramp e dai suoi adepti ideologici, producevano una situazione tale da intensificare le esistenti tensioni politiche e sociali nella nazione. In questa situazione, esplodevano le congetture piu’ fuorvianti e le accuse di complotto strumentalizzate per fare dell’epidemia un’arma per le prossime elezioni
presidenziali. I fatti dovrebbero parlar chiaro e permettere agli americani di mettere a fuoco le
responsabilita’ che Trump non intende assumersi. Dal giorno in cui giunsero negli Stati
Uniti le avvisaglie della pandemia in Cina, per la precisione il 3 Gennaio, dovevano
trascorrere settanta giorni prima che il presidente riconoscesse che il covid-19
era un “virus letale”. Ed ancora, dovevano passare ventuno giorni a Febbraio prima che
l’amministrazione Trump ammettesse che il “test” abbondantemente propagandato da
Trump si era dimostrato difettoso. Di fatto, la nazione che in teoria era la piu’
preparata a far fronte ad una pandemia, grazie ai suoi esperti ed alle enormi risorse
scientifiche ed economiche, veniva sopraffatta dal virus soffrendo proporzionalmente
piu’ morti di altri Paesi colpiti dal covid-19. La disfunzione amministrativa e’ probabilmente la causa maggiore della crisi, una constatazione tanto piu’ sorprendente in un Paese che da sempre e’ all’avanguardia scientifica. Quando un ente universalmente riconosciuto per le sue
competenze, come i Centers for Disease and Prevention, fallisce nella sua missione
di assicurare lo “screening” ovvero la schermatura degli americani, non resta che
addebitare il diffondersi del flagello alla mancata mobilitazione. Donald Trump si e’ ripetutamente vantato di essere un “war president”, un presidente di guerra, contando sul
fatto che in tempo di conflitti e di tragedie nazionali, come quella del 11 Settembre
si produce il fenomeno “rally around the flag”, lo stringersi dei cittadini attorno alla bandiera.
Ma un presidente di guerra da l’esempio, incita i cittadini a fare sacrifici, ad osservare
le regole, ad associarsi in uno spirito di comunita’. Quando gli esperti raccomandano
di usare le mascherine, il capo dello stato, Donald Trump, dichiara di non avere alcuna
intenzione di mettersela. Ma poi esalta se stesso, con miserabile ostentazione, vantando
di essere il personaggio piu’ in vista su Facebook.

Quello di Trump e’ un assillante sforzo per puntellare una presidenza che vacilla perche’ inabile al suo primario compito di esercitare leadership in disperati frangenti per la nazione. Il pilastro
di Trump per la rielezione era una florida economia in espansione, con piena occupazione ed un mercato azionario in costante ascesa. Il coronavirus ha distrutto quell’illusione, che Trump ha tentato di mantenere in vita con false speranze come quella di riempire le chiese a Pasqua.
Ovviamente, il virus non e’ colpa di Trump ma la risposta tardiva e inefficiente all’epidemia
pesera’ come un macigno sull’ingannevole condotta del presidente. Ne’ basteranno le migliaia
di milioni di dollari che il Congresso ha profuse per salvare l’economia. Le possibilita’ che
il presidente possa vantarsi di aver decantare di aver debellato il virus e rilanciato l’economia appaiono irrealistiche. Donald Trump e’ sempre stato un abile “salesman”, l’equivalente di un “venditore di fumo” nelle presenti drammatiche corcostanze. Quel che decidera’ le elezioni di
Novembre e’ che Donald Trump, il “presidente di guerra”, ha perso la guerra. A conti
fatti, rimarra’ in compagnia di James Buchanan e Warren Harding.

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