Alla riscoperta della terra dei Maya

Arrampicarsi sui centoventi massici scalini del castello di Nohoch Mul per poi trovarsi
con il fiatone sulla sommita’ che domina la verde lussureggiante giungla Maya e’ una conquista unica che premia il turista avventuroso e aduso al sacrificio fisico. La piramide Maya sovrasta il borgo di Coba, uno dei siti archeologici piu’ antichi dell’impero dei Maya nella penisola messicana dello Yucatan. E’ una terra con un triste passato, violata dai
conquistadores spagnoli e dagli esploratori e avventurieri calati dagli Stati Uniti,
ignorata per secoli dal mondo cosiddetto civile. Solo ora, finalmente, sta vivendo una
riscoperta giusta e affascinante, grazie – bisogna ammetterlo – al turismo internazionale. Lo scorso anno 3.200.000 turisti hanno visitato lo Yucatan messicano. La grande maggioranza si e’ sdraiata al sole delle sue vellutate spaggie e ha gremito i chiassosi ritrovi della riviera Maya per spegnere la sete di tequila. Molti però si sono dati all’archeologia spingendosi nella giungla pluviale per ammirare le rovine di Coba, Chichenitza, Uxmal e Kabah.
Nei siti più attraenti la sfida che si impone è quella della faticosa ascesa delle piramidi,
Ia più alta delle quali è proprio quella di Coba che raggiunge i 42 metri. La piramide
di El Adivino ad Uxmal è di 35 metri e quella di Kuikuikan a Chichenitza tocca i 24 metri.
Nella terra dei Maya aleggia uno spettro, quello di un frate francescano qui giunto per
convertire gli indigeni ma poi trasformatosi in un crudele inquisitore la cui opera
ha condannato e distrutto la cultura Maya. Si chiamava Diego de Landa Calderon e
aveva 38 anni quando sbarcó nello Yucatan. Si era prefisso il compito di apprendere
e diffondere la cultura Maya, della quale poco era noto eccetto il fatto che i Maya erano
lì da quattromila anni. Il frate aveva percorso una buona parte dello Yucatan e si era
conquistato la fiducia degli aristocratici capi Maya. Con la pazienza di un antropologo
aveva raccolto i loro segreti, incluso quello dell’esistenza di codici sacri. Una volta entrato in possesso delle magiche tavolette con mirabile illuminazione, non tardava a convincersi che nello Yucatan esisteva una rete clandestina di apostati il cui disegno era quello di conferire potere al demonio prima che avessero effetto gli sforzi di conversione al cattolicesimo.
Nel 1562, anno in cui l’inquisizione imperava in Spagna, il frate antropologo decideva
di allestire una serie di auto da fe’, una causa che imponeva alle persone influenzate dal
demonio di pentirsi in pubblico. La notte del 12 luglio era destinata a passare alla tragica storia dei Maya. Al centro di Cali’ l’inquisitore dava alle fiamme tutti gli oggetti sacri che aveva raccolto, tra cui purtroppo quaranta codici che raccontavano le vicende di un popolo. Alcuni dei sacerdoti Maya si tolsero la vita per il dolore arrecato loro da quel rogo scellerato.
Apparentemente l’invasato frate agì senza autorizzazione e giunse al punto di torturare vari esponenti sottoponendoli agli auto da fe’ perchè rinunciassero al loro “fanatismo”. Richiamato in patria, non solo non venne punito ma nel 1575 scrisse e pubblicó una dottrina cristiana in lingua Maya. Dovevano passare secoli prima che uno scrittore uruguiano, Eduardo Galeano, ed un linguista russo, Yuri Knorozov, denunciassero le falsità del frate e restituissero ai Maya la conoscenza dei contenuti di quelle tavolette in corteccia d’albero in cui si narrava la storia di quel popolo con minuziose descrizioni dei movimenti degli astri, con la frequenza delle eclissi
ed altre profezie degli dei intese a propiziare le pioggie e abbondanti raccolti di mais. Solo poche tavolette erano sopravvissute al frenetico falò del frate spagnolo, sufficienti comunque a far rivivere la memoria degli dei e di millenarie credenze dei Maya.

La rivalsa dei Maya è dunque un evento dei giorni nostri. Secoli di oppressione coloniale,
intrecciati con la lotta per l’indipendenza, avevano soppresso ogni esaltazione delle civiltà Maya ed Atzeca, ma la lotta di quei popoli per ricostruire una loro identità era finalmente avviata. Lo sfruttamento delle popolazioni autoctone cessava, ma non completamente, con il successo dei movimenti independentisti. Il danno subito dai Maya però non poteva esssere estinto sul piano del potere acquisito da una minoranza bianca criolla e mestiza. I Maya avevano sofferto sul piano umano e sociale, dell’ereditá di costumi e tradizioni, e soprattutto del modo in cui intendevano la loro vita. Nel diciannovesimo secolo i Maya davano vita ad una lotta intensa in
difesa delle proprie terre e della propria identità. Fu così che riuscirono ad opporsi alla nuova ondata “civilizzatrice”, affidandosi alla forza della propria identità e dei suoi miti. Il periodo di maggiore splendore dei Maya era stato negli anni dal 550 al 700 dc. A partire dall’anno 1100 regnava l’abbandono; quel che restava veniva cancellato dalla “civiltá” spagnola e dalla giungla. Il pensiero di chi riesce a raggiungere la sommitá sacra di una delle tante piramidi Maya
non può che correre a coloro che in quell’infinito verde realizzavano vere
e proprie comunitá urbane, in cittá-stato con siti dedicati ad una pratica molto simile alla nostra pallacanestro, collegandole con lunghissime strade dette “sacbeob”, vie di pellegrinaggio mitologico e di connessione simbolica oltre che commerciale.
Il visitatore moderno non può che chiedersi: che fine hanno fatto i Maya? E’ difficile
dare una risposta perché la storia della decadenza dei Maya è lunga e complessa. La civiltà Maya abbracciava un enorme territorio che comprendeva, oltre alla penisola dello Yucatan, gli attuali Guatemala e Belize, e la parte occidentale dell’Honduras e del Salvador.

Misteriosamente, dopo l’avvento del diciannovesimo secolo, le città-stato Maya cessavano di esistere a motivo di molteplici fattori, dalla sovrappopolazione al degrado ambientale, dovuto alla persistente siccita’, dai conflitti interni alle fatiscenti vie di comunicazione. Per un popolo che ha le sue origini nel 2200 ac, con una civiltà capace di creare uno straordinario calendario ed una elegante scrittura a base di geroglifici, vale lo stesso rispetto che circonda un’altra civiltà scomparsa, quella etrusca. E’ significativo anzi che la scrittura Maya e quella etrusca siano state decifrate pressappoco allo stesso tempo nel secolo scorso.
Lo Yucatan regala al visitatore esperienze stimolanti in aggiunta alle folgoranti
visioni di bellezze archeologiche come le maschere dal naso adunco del dio della pioggia
Chac nel borgo di Kabah, lo splendido palazzo del governatore nel grande centro di Uxmal e le prodigiose stele di Coba, una roccaforte egemonica con una popolazione stimata attorno
alle 55.000 anime. Un’esperienza che scarica non poca adrenalina è quella di scendere in
corda doppia in uno dei tanti cenotes, laghetti sotterranei su fondo calcareo formati
dall’erosione della pioggia. I cenotes erano luoghi sacri dei Maya. Si calcola che ne esistano seimila, studiati solo per metà. Molti sono aperti al pubblico ed in alcuni di essi le acque cristalline del laghetto sono accessibili con una scala. Il piú impressionante è quello di EkBalam, che vanta la cupola più alta nello Yucatan, in un borgo arricchito da imponenti edifici e da una piramide incastonata da pregevoli fregi. Anche qui si giocava a palla, con una sfera di caucciù, una gomma naturale prodotta nel luogo. Stando a varie testimonianze storiche, era un gioco pericoloso, perchè il leader della squadra perdente veniva decapitato.
Interpretazioni più recenti escludono che si giungesse a tanto, ma è anche vero che
i Maya praticavano sacrifici umani a fini celebrativi. Sembra che una squadra fosse
formata da sette elementi, in molti casi prigionieri, che maneggiavano una palla di
tre chili e mezzo, mirando ad un anello di pietra sporgente da una grande parete. Per
rinfrescarsi i Maya non disponevano di Coca Cola, ma avevano a disposizione una
bevanda preparata con frutti locali: il cioccolato. Anche questo lo dobbiamo agli sfortunati
Maya.

 

 

 

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