LA GUERRA SENZA FINE E LE POCHE SPERANZE DI CHIUDERLA

Dopo la “Vietnam Syndrome” siamo destinati a soffrire la “Afghanistan
Syndrome”? Di certo, i due conflitti si rassomigliano, se non altro per
l’inutilita’ delle sforzo militare americano inteso a salvaguardare l’indipendenza
geopolitica dei territori sopraffatti ieri dal Vietnam del Nord e oggi dalle forze
talibane. Nell’Afghanistan non finira’ come a Saigon dove le forze
nordvietnamite e i Vietcong fecero il loro ingresso trionfale nel 1975
mentre gli americani rimasti e pochi alleati sudvietnamiti cercavano
scampo a bordo degli elicotteri sul tetto dell’ambasciata americana.
Il risultato pero’ potra’ essere lo stesso, con l’avvento della forza nazionalista,
in questo caso islamica, con prevedibili esiziali conseguenze su un
popolo che aveva appena conosciuto i benefici sociali e politici della
democrazia. L’Afghanistan torna ad essere il “cimitero degli imperi”,
dove da sempre le forze locali si sono battute ferocemente contro
ogni presenza esterna nel loro territorio.
L’analogia pregna di infelice significato per l’America e’ che
ancora una volta il prezzo per uscire dalla palude e’ di negoziare
l’abbandono di quel territorio con l’avversario nazionalista, mettendo
da parte i governi installati e difesi dagli Stati Uniti. Come a suo tempo
la sindrome vietnamita, quella afghana compromette nuovamente
la capacita’ futura dell’America di intervenire militarmente con
l’efficacia che si potrebbe attribuire al potere distruttivo delle forze
armate americane.
Come gia’ ai tempi di Daniel Ellsberg e dei Pentagon Papers, questa
volta e’ toccata alla Washington Post pubblicare la documentazione
segreta sulla genesi e sugli astronomici costi del conflitto nell’Afghanistan.
L’intervento americano risale all’Ottobre del 2011 con la conclamata
missione di distruggere le forze di al-Qaeda responsabili degli attacchi
contro le torri gemelle. Da allora, sono passati 19 anni e quella che agli
inizi era una spedizione punitiva si e’ trasformata nella piu’ lunga guerra
nella storia americana. La documentazione raccolta con minuziose
indagini ed interviste con i protagonisti militari e politici puo’ essere
riassunta in questi termini: fin dai primi giorni, la condotta militare e’ stata
un disastro ed il pubblico americano ha ricevuto resoconti della guerra
che non corrispondevano alla realta’. In termini specifici, la missione
era confusa, la strategia insufficiente mentre non era affatto chiaro
quale fosse l’obiettivo militare. L’elemento piu’ sconcertante del
conflitto afghano e’ rappresentato dalla pervicacia con cui venivano
annunciati progressi verso la pacificazione e il ritiro delle forze americane
dal territorio. La realta’ attuale e’ che senza la presenza di presidi militari
americani i talibani non mancherebbero di imporre quasi interamente
il loro controllo sul territorio afghano.

Il quesito che tutti si pongono e’ questo: e’ possibile un accordo con
i talebani? La risposta puo’ essere positiva, ma mancano presupposti
tali da far pensare che i talebani siano interessati ad un accordo risolutivo.
Qualche mese fa il Presidente Trump aveva dichiarato chiuso il dialogo
negoziale con i talebani salvo poi a rimangiarsi tutto durante una veloce
puntata nell’Afghanistan a Thanksgiving durante la quale dichiarava di aver
riaperto le trattative. Per la storia, la prima occasione di realizzare una
soluzione negoziata si era presentata nel 2002 quando al-Qaeda venne
praticamente smantellata. Ma era un’illusione. Il Gen. Joseph Vogel, che
dal 2016 al 2019 fu a capo del Comando Centrale responsabile
dell’Afghanistan, ha cosi’ elencato in un recente articolo le ragioni del
fallimento americano nell’Afghanistan: una strategia sbagliata dopo
l’altra, la mancanza di risorse militari, un rinascente movimento taliban
appoggiato dall’esterno, la mancanza di una volonta’ politica, scadenze
arbitrarie, la stanchezza negli Stati Uniti ed Afghanistan, e gravi problemi
interni con il governo dell’Afghanistan.
Tra le difficolta’ che continuano a frapporsi ad un’intesa e’ il rifiuto dei
talebani ad avere contatti diretti con il governo di Kabul. I negoziati
avviati dall’inviato speciale americano Zalmay Khalilzad dovrebbero
tra l’altro stabilire condizioni specifiche per un graduale ritiro delle forze
americane. Da parte loro, i talebani sono chiamati ad accettare la cessazione
del fuoco, comprensiva e durevole. Quel che il generale e molti altri
chiedono e’ qualcosa di diverso da quanto si verifico’ nel Vietnam, dove
ci vollero anni, dopo la vittoria sudvietnamita, a costruire un nuovo rapporto
americano-vietnamita, che, di fatto, negli ultimi anni si e’ trasformato in
una vera e propria alleanza con il fine di contenere l’espansionismo cinese.
Nell’Afghanistan e’ imperativo un accordo di pace che sia sottoposto
ad efficaci controlli della comunita’ internazionale.
Da qualche anno a questa parte, l’opinione pubblica americana si e’
convinta di un fatto, che la presenza militare nell’Afghanistan non
puo’ piu’ essere giustificata come “una guerra necessaria” per
garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, quella regionale
e di altri Paesi importanti. Ed ancora, gli americani hanno capito da
un pezzo che il disegno americano di “nation building” ossia di
fare da levatrice a nuove democrazie nel mondo e’ irrealizzabile ed
uno spreco delle risorse materiali e morali dell’America. Vero e’ che
un certo settore della stessa opinione pubblica accetta supinamente
la politica dell’amministrazione Trump secondo cui e’ l’Iran il
nemico mortale dell’America, mentre l’Arabia Saudita, Paese madre
dei terroristi dell’attacco del 9 Settembre, viene trattato alla stregua
di un valido alleato, nonostante il fatto che la minaccia terroristica nel

mondo abbia tra le sue radici il fanatismo del movimento religioso saudita,
il Wahhabism.
In conclusione, il futuro dell’Afghanistan resta quanto mai scuro
dinanzi alla manifesta incapacita’ del suo governo di rispondere
alla sfida dei taleban, che attualmente controllano piu’ territorio
rispetto agli scorsi anni. Quattromila soldati americani possono
rimanere dislocati in un certo numero di presidi, ma non possono
salvare il Paese. Quanto al presidente Trump, mentre azzarda l’ipotesi
che sia possibile raggiungere “un regolamento politico che includa
gli elementi talibani”, al tempo stesso confessa che “nessuno
sa se o quando questo avverra’”. Una cosa dunque e’ accertata, che
il proseguimento della lotta per debellare il terrorismo islamico non
dipende dal mantenimento delle forze americane nell’Afghanistan
in quella che lo stesso Trump, echeggiando il sentimento della
stragrande maggioranza degli americani, definisce “una guerra
senza fine”. Chissa’ che questa constatazione non porti ad un
colpo di scena prima delle elezioni presidenziali americane.

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