UNA DIPLOMAZIA AZZOPPATA

E’ un triste destino nazionale quando una grande Potenza distrugge la
sua diplomazia in una congiuntura internazionale nella quale si impone il
ricorso alla diplomazia su un fronte quanto mai vasto che va dall’Europa
Centrale al Medio Oriente, dall’America Latina all’Asia sud-orientale. Il
brutale trattamento riservato dal presidente Trump all’ambasciatrice Marie
Ivanovitch e’ tipico di un demagogo che ignora gli interessi nazionali e
opprime i subalterni. Ma il danno che Trump arreca va oltre la dignita’ e
la reputazione del personale che agisce all’interno di una importante
istituzione quale e’ il Dipartimento di Stato. E’ un duro colpo alla credibilita’
e all’influenza degli Stati Uniti per il semplice motivo che incrina i rapporti
con tutti coloro che per ragioni strategiche, commerciali e umane fanno
affidamento sull’America ed i suoi principi politici e morali.
Uno stimato diplomatico di lungo corso, Nicholas Burn, non ha esitato a
paragonare gli attacchi di Trump al Dipartimento di Stato alla “selvaggia
campagna contro la slealta’”condotta quasi settanta anni fa dal Senatore
Joseph McCarthy contro piu’ di ottanta funzionari dello stesso dipartimento.
Tra i funzionari epurati con l’accusa di essere “simpatizzanti comunisti”
figuro’ il maggiore esperto di affari cinesi, John Paton Davies, la cui colpa
consisteva nell’avere previsto la vittoria dei comunisti nella guerra civile in Cina.
Un altro ricorso storico e’ nel fatto che l’allora Segretario di Stato, John Foster Dulles,
succubo dell’influenza maligna di McCarthy, licenzio’ Davies. Il Segretario di Stato dei
nostri giorni, Mike Pompeo, ha fatto di peggio, guardandosi bene dall’alzare
un dito in difesa dell’ambasciatrice Ivanovitch, esautorata dal suo incarico a
Kiev con l’ordine di prendere il primo aereo per tornare in sede, e successivamente
offesa da un volgare tweet del presidente proprio mentre deponeva dinanzi
al Comitato di Intelligence della Camera dei Rappresentanti. La colpa della
Ivanovitch era quella di non aver fatto il gioco del presidente che pretendeva
dal presidente ucraino un’investigazione a carico dell’ex vicepresidente Biden
e del figlio.
L’inchiesta in corso presso il Comitato di Intelligence ha confermato che il
danno arrecato al Dipartimento di Stato rappresenta solo una parte dell’operato
dell’amministrazione Trump in violazione della costituzione. La liberta’ di azione
concessa all’avvocato del presidente, Rudy Giuliani, ha portato allo “outsourcing”
dell’esecuzione della politica estera americana. “Outsourcing” significa
semplicemente affidare ad agenti esterni, e quindi sospetti, un ruolo che non
compete loro. Giuliani e’ un individuo senza alcun incarico federale che serve
esclusivamente gli interessi di Donald Trump, non quelli della presidenza,
non quelli degli Stati Uniti e soprattutto, non le norme prescritte dalla costituzione.
L’ambasciatrice Ivanovitch ha coraggiosamente additato in Giuliani il responsabile delle
manovre diffamatorie che hanno portato alla drammatica conclusione del suo

incarico a Kiev. Con l’assistenza di due personaggi senza scrupoli, Giuliani si e’
sforzato di estrarre dal presidente ucraino l’investigazione dei Biden ardentemente
voluta da Trump. La transazione tra tale investigazione ed il rilascio di 391 milioni
di dollari per aiuti militari all’Ucrainaconcessi dal Congresso, l’ormai famoso
quid pro quo che Trump disperatamente nega, costituisce di fatto una estorsione
o “bribery” (corruzione), un reato specificamente previsto dalla costituzione come
causa di impeachment. La difesa di Trump istruita dagli esponenti repubblicani
al Congresso e’ che non si e’ verificata alcuna estorsione in quanti gli aiuti militari
sono stati regolarmente elargiti. Ma una simile versione dei fatti e’ contraria
all’interpretazione che si puo’ dare dell’accaduto in base agli statuti criminali
degli Stati Uniti.
La defenestrazione dell’ambasciatrice non sarebbe avvenuta se il segretario
di stato si fosse opposto alla diplomazia dell’”outsourcing” impersonata da Giuliani
e dai suoi accoliti. Pompeo merita ampiamente l’accusa di codardia rivoltagli
dal columnist del New York Times Thomas Friedman. Il titolo stesso dell’articolo
e’ devastante: “Mike Pompeo, ultimo della sua classe a West Point per
integrita’”. Il riferimento e’ al passato accademico di Pompeo quando risulto’ primo
della sua classe. Osserva Friedman con sferzante ironia: “E’ finito numero uno
malgrado pessimi voti in fatto di etica e leadership. Probabilmente era bravo
in matematica”.
Il presidente Trump ha proseguito la sua opera di distruzione della politica
estera americana e dei suoi esecutori del Dipartimento di Stato dando
disposizioni al suo servile segretario di stato di annunciare un drammatico
mutamento di politica estera, che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania
non sono “incompatibili con la legge internazionale”. In poche parole, gli
insediamenti non sono illegali. Si tratta di un complete rovesciamento della
politica che fino ad oggi era fondata sull’opinione legale del Dipartimento di
Stato, annunciata nel 1978, secondo cui gli insediamenti sono per l’appunto
“incompatibili con la legge internazionale”. L’annuncio di Pompeo annulla
in pratica il consenso internazionale sullo status illegale degli insediamenti eretti
nei territori conquistati, aprendo un nuovo capitolo di acuto dissidio con gli alleati
europei. Di fatto, si tratta dell’ultimo regalo in ordine di tempo fatto da Trump
a Netanyahu, che spera di poter riacciuffare il ruolo di premier per poi procedere
al piu’ presto all’annessione formale dei territori della Cisgiordania allo stato
ebraico.
Mike Pompeo ha fatto quello che voleva il presidente Trump aprendo un solco
incolmabile con la stuttura diplomatica, dalla sua storia al suo personale. Per
lui si preparano tempi bui, perche’ Trump si e’ lamentato, in una riunione alla
Casa Bianca, del fatto che Pompeo non avrebbe fatto abbastanza per tacitare
quei funzionari che attestavano l’esistenza di un quid pro quo. In parole povere,
Mike Pompeo potrebbe essere giudicato una palla al piede del presidente.

Chissa’ insomma che quanto prima l’irascibile Donald Trump non riservi a
Pompeo lo stesso trattamento con il quale licenzio’ via un tweet il suo primo
segretario di stato, Rex Tillerson.

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