L’AMBASCIATORE NON PORTA PENA, ECCETTO CHE PER SE STESSO

L’assurda vicenda dell’ambasciatore britannico a Washington, costretto a dimettersi a seguito della pubblicazione dei suoi telegrammi diplomatici, ha portato alla luce un fatto che dovrebbe far riflettere l’elettorato americano, l’unanimita’ con cui il mondo diplomatico internazionale condivide il giudizio di quell’ambasciatore, vale a dire la sua descrizione dell’amministrazione Trump come “inetta”, “insicura”, “diplomaticamente goffa”, “soffocata dalle fazioni” e “singolarmente disfunzionale”. Pur avendo dipinto Trump e la sua amministrazione in termini che trovano d’accordo praticamente tutti i diplomatici accreditati nella capitale americana (con le presumibili eccezioni degli ambasciatori di Israele e dell’Arabia Saudita), l’Ambasciatore Kim Darroch non ha avuto altra scelta che dimettersi per aver detto la verita’ al suo governo. La conseguente sfuriata del capo di stato americano e l’annuncio dell’ostracismo nei confronti del diplomatico non potevano sortire un diverso effetto.

Resta comunque il mistero di chi, e soprattutto perche’ quei telegrammi siano stati dati in pasto ad un quotidiano londinese. E’ possibile, anzi probabile, che conoscendo la natura irascibile e bombastica del presidente americano l’intento fosse quello di danneggiare lo stretto rapporto che da piu’ di un secolo lega gli Stati Uniti al Regno Unito. Certo e’ che la “special relationship” non interessa piu’ di tanto al presidente americano, un uomo politico, si fa per dire, portato a distruggere piuttosto che a costruire intese di qualsiasi genere, interne ed internazionali, che non siano frutto della sua distorta, se non malsana, concezione della politica. In altri tempi, ed in altre capitali, gli interessi nazionali avrebbero suggerito una risposta per cosi’ dire “diplomatica”, condannando la fuga dei telegrammi e gli evidenti intrighi all’interno di un governo amico ma salvando il superiore interesse del rapporto tra alleati di lungo corso.

Tutto lascia pensare che si sia trattato di un “leak” ossia di una fuga all’interno del ministero degli esteri britannico. Per quanto stupefacente tale fuga possa apparire, considerando che il servizio diplomatico inglese e’ tra i migliori ordini professionali del mondo, non e’da scartare l’ipotesi che qualcuno all’interno di quell’organizzazione diplomatica abbia voluto danneggiare l’Ambasciatore Darrock e scalzarlo dalla posizione per affrettare la sua sostituzione alla vigilia del prossimo cambio di leadership a Londra.

Vale comunque la pena di notare che Londra non e’ l’unica capitale ad essere sconvolta dalla pubblicazione di rapporti e telegrammi segreti. Tutti ricordano come nel 2010 la pubblicazione di 250.000 telegrammi diplomatici americani da parte di Wikileaks scateno’ una bufera internazionale in quanto molti di quei messaggi contenevano giudizi critici e rivelazioni fortemente negative nei confronti di governi e personalita’ di spicco di molti Paesi, inclusi quelli amici ed alleati. Eppure praticamente tutti questi Paesi misero la sordina alle loro giustificate rimostranze e la bufera’ si calmo’, salvo che per Julian Assange, l’autore delle rivelazioni di Wikileaks, il cui caso si trascina ormai da molti anni, dalla Svezia a Londra, stante la feroce volonta’ degli Stati Uniti di ottenere la sua estradizione e di processarlo in base al vecchio e desueto Espionage Act. Basti ricordare che lo Espionage Act fu approvato nel 1917, durante la prima guerra mondiale, per fatti collegati a quella guerra, in particolare per scoraggiare attivita’ contrarie al conflitto e tali da favorire il nemico, criminalizzando la divulgazione di segreti governativi. In poche occasioni l’esecutivo ha tentato di applicare la legge ai danni dei media, ma senza mai riuscirvi. A questo proposito, va citato il caso dei Pentagon Papers, che si chiuse senza che alcun giornalista venisse rinviato a giudizio. Adesso il Dipartimento della Giustizia ci riprova, mettendo in stato di accusa Assange con 17 imputazioni di aver violato lo Espionage Act. La campagna anti-Assange e’ in pieno svolgimento ma da piu’ parti si levano voci che invocano la protezione del Primo Emendamento. Il caso Assange e’ peraltro complicato dal fatto che lo stesso Assange rifiuta le tradizionali protezioni della stampa e che dal punto di vista puramente giornalistico il suo caso lascia molto a desiderare. Resta il fatto che il ricorso allo Espionage Act minaccia un pilastro della liberta’ di stampa in America. In aggiunta, gli sviluppi del caso potrebbero instaurare pericolosi precedenti sia per il governo che per i mezzi di comunicazione. Ed in ogni caso non metterebbero fine alla divulgazione di informazioni classificate.

Stranamente, e’ proprio l’Inghilterra ad essere presa dal fuoco incrociato in quanto e’ su Londra che il governo americano preme per ottenere l’estradizione di Assange. Il problema che circonda l’operato dell’ambasciatore e’ che il presidente Trump lo ha preso di mira personalmente, in quello che e’ un vero e proprio atto di vendetta. In pratica, Trump non ha fatto altro che confermare la valutazione che di lui ha dato l’inviato diplomatico del governo inglese, che e’ quella di un capo di stato che regge l’esecutivo in forma altamente autocratica, al punto di non permettere un intervento moderatore da parte del ministero competente. L’attacco ad personamdi Trump rafforza insomma l’immagine di bullismo che ormai accompagna il capo dell’esecutivo americano ma in termini strettamente politici cio’ non puo’ che segnalare le crescenti serie difficolta’ che i governi alleati incontrano nel cercare intese collaborative con l’amministrazione Trump. Il primo ministro May, prossima a lasciare l’incarico, non ha risposto all’insulto verso di lei che ha fatto da corollario a quelli verso l’ambasciatore, dando prova di una certaclassnello stile dello stiff upper lipinglese. E dire che Trump l’aveva accusata di aver rovinato il “deal” per l’uscita dal Brexit e di aver perseverato “alla sua maniera sciocca”, rea di non aver ascoltato i “consigli” di Donald Trump. Sara’ interessante vedere a questo punto cosa decidera’ la magistratura inglese, sotto l’influenza di Downing Street, sul caso Assange. E’ possibile che il bullismo di Donald abbia in una certa misura aiutato la causa di Assange nello sfuggire alle galere americane.

 

 

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