IL CERCHIO SI STRINGE ATTORNO A TRUMP

La “bellissima” lettera di sei pagine nella quale, secondo Trump, il primo ministro giapponese Shinzo Abe avrebbe proposto il conferimento del Premio Nobel per la Pace al presidente americano e’ stata condannata all’archivio dal fallimento dell’incontro al vertice di Hanoi. Di fatto, e’ un insuccesso che pesa in notevole misura sul futuro del presidente Trump anche perche’ proprio mentre era in corso l’incontro con Kim Jong Un, il presidente repubblicano veniva accusato dal suo ex avvocato Michael Cohen di essere un “razzista”,“truffatore” ed “imbroglione”. Sono molti coloro che a Washington ritengono che la deposizione resa da Cohen allo “Oversight Committee” della Camera sia il primo atto della procedura di impeachment. L’accusa piu’ grave rivolta al presidente e’ quella di aver consapevolmente violato la legge sui finanziamenti elettorali con il pagamento effettuato per tacitare la pseudo attrice Stormy Daniels mentre era presidente oltre che durante la campagna elettorale del 2018.

Altrettanto compromettente e’ la testimonianza di Cohen su come Trump venne a conoscenza nel Giugno 2016 di un incontro con agenti russi. Fu il figlio Don Jr. ad informarlo nel suo ufficio. Cohen ha rivelato inoltre che Trump era al corrente delle trattative per costruire una Torre Trump a Mosca, un affare dal quale sperava di ricavare parecchi milioni di dollari. In pratica, Trump era segretamente legato a filo doppio ad interessi russi senza che la sua partecipazione venisse resa pubblica durante la campagna elettorale. Manca solo che gli investigatori federali provino l’esistenza del collegamento tra Trump e la Russia nell’affare WikiLeaks. I rinvii a giudizio ad opera del Procuratore Speciale Mueller sono basati su una presunta “cospirazione” tra agenti russi e gli “hackers” di WikiLeaks che avrebbe fornito una quantita’ di messaggi e.mail a Roger Stone, collaboratore di Trump. Il presidente ha negato di aver ricevuto gli e.mail di WikiLeaks. Conseguentemente, qualora venisse provato che i messaggi in questione erano giunti nelle mani dei capi della campagna elettorale di Trump attraverso il faccendiere Stone, il presidente sarebbe esposto all’accusa di perjury, ossia falso giuramento. E’ una spada di Damocle che grava sul presidente ai fini dell’avvio del procedimento di impeachment. L’interrogativo e’ se il Congresso procedera’ in tal senso indipendentemente dalla presentazione del rapporto Mueller.

La tempesta politica che si sta abbattendo su Donald Trump al Congresso pone i democratici di fronte a una difficile scelta strategica, se impostare la campagna per elezioni presidenziale del 2020 sulla messa in stato di accusa del presidente ovvero adottare una strategia positiva finalizzata a realizzare progressi sociali ed economici per la nazione. Tra un anno, il 3 Marzo 2020, i candidati democratici si presenteranno all’elettorato nelle primarie della California ed altri otto stati. Sara’ la svolta cruciale del processo di selezione dei delegati alla convenzione democratica ma soprattutto della candidature presidenziali. Prima di quegli otto stati si svolgeranno le primarie dell’Iowa, New Hampshire, Carolina del Sud e Nevada. E’ possibile, ma non probabile, che da queste quattro consultazioni esca un front runner, in altre parole un capofila. Un fattore che pesera’ piu’ di ogni altro sulla contesa e’ quello della “eleggibilità”. La storia recente dimostra peraltro che un candidato considerato ineleggibile agli inizi (vedi lo stesso Obama) puo’ essere eletto. Analogamente, Donald Trump venne definito ineleggibile da un serrato plotone di aspiranti alla candidatura repubblicana. La scala delle priorita’ per un candidato democratico ha peraltro un’altra condizione sine qua non, il riconoscimento di un candidato come quello maggiormente capace di confrontarsi con Donald Trump e di batterlo. Un massiccio nucleo di democratici ha gia’ fatto sapere di preferire un candidato che puo’ battere Trump ad uno allineato sulle posizioni degli elettori in ordine alle maggiori questioni politiche.

La chiave per ogni pronostico e’ quella di come strumentalizzare la nuova base del partito, che e’ giovane, diversa e progressiva. Il dilemma e’ se puntare ancora una volta sulla vasta platea di moderati e indipendenti, nel qual caso il candidato preferito sarebbe il 76enne ex Vice Presidente Biden, oppure scommettere sul cambio generazionale, impersonato dal 46enne ex Congressman Beto O’Rourke del Texas. Biden e O’Rourke sono prossimi a lanciare la loro sfida presidenziale. Tra i due, quello che genera maggior entusiasmo e’ O’Rourke, dal quale ci si aspetta che mobiliti nuovi elettori, sulle orme di quel che fece Barack Obama nel 2008.

I grossi calibri democratici finora scesi in campo sono per la maggior parte senatori: Elizabeth Warren, Kirsten Gillibrand, Kamala Harris, Cory Booker, Amy Klobuchar e Bernie Sanders. Un altro senatore aspirante alla nomination e’ Sherrod Brown dell’Ohio. Potrebbe insomma essere la volta di un membro del Senato. La California sara’ un terreno di confronto ad alto reddito elettorale, anche se le norme del partito democratico dello stato prevedono che i delegati eletti siano distribuiti proporzionalmente. La California ne eleggera’ quattrocento.

Un’ultima chiave per leggere il futuro del partito democratico e’ quella della presa elettorale di un messaggio populista rivolto alla stessa massa di elettori malcontenti che Donald Trump conquisto’ nel 2016. Elizabeth Warren e Bernie Sanders sono i due candidati della sinistra democratica che tenteranno di galvanizzare la base progressista del partito. Le loro candidature purtroppo echeggiano toni che a volte appaiono rabbiosi. Per contro, Biden, Booker e O’Rourke vengono presi in considerazione per il contenuto “positivo” dei loro messaggi. Booker in particolare mette in guardia contro un’unica strategia di totale opposizione a Trump. Per quanto il sondaggio dell’affidabile organizzazione demoscopica FiveThirtyEight conferisca a Trump un quoziente di approvazione del 42 per cento ed uno di disapprovazione del 53,3, l’indice di approvazione del presidente e’ piu’ alto nei cruciali “swing states”, le cui oscillazioni notoriamente decidono il risultato del Collegio Elettorale. Tra questi figurano l’Ohio, la Florida, il Wisconsin, la Pennsylvania e il Michigan. E’ in questi stati che si decidera’ la partita elettorale ed e’ su di essi che i democratici dovranno concentrare i loro sforzi. Last but not least, dovranno guardarsi da un eccesso di fiducia.

 

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