Il Green New Deal: cavallo di Troia dei progressisti?

Qualcosa di straordinario sta verificandosi negli Stati Uniti, la nascita di un
movimento indirizzato al cambiamento di clima come un problema composito che
affronta il futuro dell’ambiente e della giustizia sociale. Il Green New Deal – lanciato
dalla piu’ giovane Congresswoman, la newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez – e’
divenuto di colpo il tema socio-economico polarizzante del panorama politico
americano e promette fuoco e fiamme nei prossimi anni. Il piano e’ stato presentato
alla Camera dei Rappresentanti da Ocasio-Cortez e dal sen. Ed Markey del
Massachusetts sotto forma di una risoluzione che recita gli spaventosi costi fisici e
finanziari dei mutamenti climatici globali per le future generazioni.
Il Green New Deal si ispira all’azione politica del Presidente Roosevelt che fece del
suo New Deal lo strumento per superare il disastro nazionale della Grande
Depressione e per istituire nuovi strumenti di giustizia sociale, inclusa la Social
Security. Il piano di Ocasio-Cortez e Markey propone ne’ piu’ ne meno che la
ristrutturazione dell’economia degli Stati Uniti attraverso l‘eliminazione di tutte le
emissioni dei gas dalle centrali elettriche e delle automobili nonche’ lo sviluppo di
sistemi ferroviari ad alta velocita’ che rimpiazzerebbero i trasporti aerei di lunga
distanza. Di fatto, il piano ricalca in buona parte le raccomandazioni dello
Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, pubblicato lo scorso
Ottobre. In pratica, la risoluzione promette energia pulita e rinnovabile entro il
2030, emissioni dei cosiddetti “greenhouse gas” ridotte a zero entro il 2050, edifici
trasformati dall’efficienza energetica, introduzione di sistemi di trasporto finalizzati
alla riduzione di emissioni, ed infine la creazione di milioni di posti di lavoro per
garantire esistenze decenti per tutte le famiglie. Come prova del grande potenziale
del New Green Deal il sen. Markey segnala che negli Stati Uniti sono gia’ stati creati
350.000 posti di lavoro collegati all’energia eolica e solare, mentre il numero dei
minatori e’ oggi inferiore a 50.000.
Il New Green Deal e’ appena apparso sulla scena ma i suoi nemici sono gia’ legioni.
La Ocasio-Cortez e’ stata bollata come una socialista “ingenua” e con lei le esponenti
democratiche che si sono pronunciate a favore del piano, dalla senatrice e candidata
democratica Elizabeth Warren alla Congresswoman di origine somala Ilhan Omar,
presa di mira anche come “antisemita”. L’accusa principale e’ comunque quella di
“socialismo”, non disgiunta dalla denuncia di “big government” che e’ da sempre il
cavallo di battaglia dei repubblicani. L’offensiva contro la risoluzione, dentro e fuori
del Congresso, ha paradossalmente introdotto una nuova dimensione nel dibattito
attorno al pericolo esistenziale del “climate change”, quella delle conseguenze che
sta avendo e minaccia di avere in proporzione ben maggiore sulla classe dei poveri
del mondo, gia’ vittime della diseguaglianza e della stagnazione economica. Nel suo
messaggio di un’ora e venti minuti sullo Stato dell’Unione, il presidente Trump ha
ignorato completamente il cambio del clima ed il suo impatto globale. A questo
proposito, il rapporto del comitato ONU avverte che il riscaldamento globale supera
di 1,5 gradi celsius i livelli pre-industriali e aggrava pesantemente la minaccia allo
sviluppo sostenibile e all’eliminazione della poverta’ nel mondo.

Il cambio del clima e la diseguaglianza sono accomunate in misura crescente dalle
forze progressiste ai fini di una mobilitazione nazionale a favore di misure che
assistano le comunita’ piu’ vulnerabili mediante sistemi energetici piu’ efficienti,
manifatture con metodi sostenibili, l’eliminazione di siti con residui nocivi e il
ripristino di zone “bio-diverse”. La risoluzione presentata alla Camera non comporta
esborsi di bilancio ne’ crea nuove agenzie federali. I suoi critici la definiscono un
“sogno”. In verita’, si tratta di un piano visionario. Ma la controversia esplosa
attorno al Green New Deal ha poco a che vedere con la risoluzione. Le critiche non
sono indirizzate soltanto agli aspetti sociali ed economici dell’iniziativa, ma anche ad
aspetti secondari e in molti casi, risibili. Tra le accuse mosse dai conservatori si
distinguono quelle che accusano i democratici di voler eliminare le vacche e di dare
soldi a coloro che non vogliono lavorare. Che c’entrano le vacche, viene spontaneo
chiedersi? Notoriamente, le vacche producono metano e cio’ costituisce un
problema. Il bestiame produce piu’ di un quarto delle emissioni di metano negli Stati
Uniti, piu’ dannose del diossido di carbonio nei mutamenti climatici. Una delle
risposte al problema e’ quella di cambiare la dieta delle vacche basandola sulle
piante e addirittura sulle alghe marine.
Ma il vero busillis e’ quello delle automobili. Negli Stati Uniti, ma anche altrove,
l’ossessione con l’auto va radicalmente ridimensionata. La risposta in questo caso
non puo’ che essere quella di espandere al massimo i trasporti pubblici e di
incrementare i collegamenti ferroviari ad alta velocita’. In questo campo, gli Stati
Uniti sono decisamente arretrati. La California e’ un caso simbolo. Malgrado
l’approvazione nel 2008 da parte della legislatura e poi dell’elettorato, il progetto di
un collegamento ferroviario ad alta velocita’ nello stato, che avrebbe avuto come
primo tronco quello tra San Jose e Burbank, si e’ miseramente arenato a motivo
dell’aumento dei costi. Adesso il nuovo governatore della California, Gavin Newsom,
ha annunciato che l’opera riprendera’ con la realizzazione del segmento di 171
miglia da Bakersfield a Merced. Il tratto piu’ lungo, da San Francisco ad Anaheim,
non vedra’ la luce prima del 2033.
Fino ad oggi, una settantina di Congressmen democratici si e’ schierata a favore del
Green New Deal, ma la Speaker della Camera si e’ espressa in proposito con un
giudizio ambiguo. Ma il numero degli attivisti del partito favorevoli al progetto sta
crescendo. Questo perche’ il Green New Deal e’ molto di piu’ che un progetto per
arrestare il cambiamento del clima. Appare piuttosto come una crociata che mira ad
introdurre politiche sociali avanzate che abbracciano settori critici dello sviluppo
nazionale, dall’istruzione universitaria ad un piano di sanita’ universale, da salari
sostenibili per le famiglie a rimedi sociali per le “ingiustizie sistemiche” che
affliggono i poveri, gli anziani e la gente di colore. Alle luce di queste istanze, il New
York Times si chiede se il New Green Deal non sia in realta’ una “lista dei desideri”
ancorata a politiche progressiste e concepita per spingere a sinistra il partito
democratico.
Molti elementi depongono a favore di questa interpretazione ma il punto cruciale e’
quello della trasformazione dell’economia attraverso la riduzione delle emissioni di

carbonio. La risoluzione Ocasio-Cortez – Markey prospetta una mobilitazione
decennale per tale riduzione ma non fissa scadenze e lascia aperto il campo a
strategie diverse. Il piano decennale ha tra i suoi principali obiettivi quello di
ampliare il piu’ possibile la capacita’ delle fonti di energie rinnovabili impiegando
decine di migliaia di americani nell’opera di trasformazione delle infrastrutture
nazionali. La sfida consiste nel trovare i fondi per realizzare tale trasformazione. I
critici hanno buon gioco nel sostenere che il New Green Deal non potra’ che creare
un debito ancor piu’ profondo che a sua volta causera’ una iper-inflazione e fara’
degli Stati Uniti un nuovo Venezuela. Si tratta, ovviamente, di accuse assurde perche’
il New Green Deal si propone di attingere a risorse sia pubbliche sia private per far
crescere e trasformare l’economia.
A dispetto dei molti scettici, il New Green Deal ha aperto un fondamentale dibattito
su come garantire la sopravvivenza del pianeta dinanzi alla minaccia del
cambiamento di clima. Socialismo o capitalismo? Una cosa e’ certa: anche se il New
Green Deal non dovesse decollare, si e’ aperto un nuovo capitolo che promette di
creare incentivi contro l’inquinamento dell’atmosfera dopo che per decenni i
governi hanno fatto ben poco per porvi rimedio. I numeri cominciano ad essere
incoraggianti. L’81 per cento dei possibili elettori democratici favorisce un “deal”
focalizzato sui mutamenti climatici, sull’ineguaglianza dei salari, e sulle ingiustizie
razziali negli Stati Uniti. Una cartina di tornasole delle probabilita’ di successo del
New Green Deal e’ costituita dall’esito degli sforzi di “de-carbonizzazione”
dell’economia. Per raggiungere un tale risultato – sostiene un esperto – la societa’
americana dovra’ accettare un sacrificio economico paragonabile a quello tollerato
nella seconda guerra mondiale. Non e’ un paragone stimolante, ma l’alternativa e’
quella di un futuro catastrofico per la terra.

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