Il caos e il muro

Una rielezione di Trump basata su una strategia centrista, tale da riconoscere che la spesa per il muro va quanto menoripensata, e’ ormai da escludersi. Quanto meno, ilpresidente deve dimostrare ai suoi fedeli di aver combattutoaspramente per il muro, anche a costo di provocare lo “shutdown” finanziario, cosa che ha per l’appuntorealizzato tra lo sconcerto di molti leader repubblicani. Traquesti, il personaggio di punta e’ il leader republicano del senato, Mitch McConnell, al quale Trump ha chiesto diricorrere alla cosiddetta “opzione nucleare”, una procedurache riducendo la maggioranza necessaria a sessanta votipermetterebbe di annullare l’ostruzionismo democratico e di approvare lo stanziamento di fondi per il muro a maggioranza semplice. Il disegno sollecitato da Trump e’pero’ di difficile esecuzione, e non solo per la reticenzadello stesso McConnell. Al presidente non resta alternativache scaricare fulmini e saette contro i democraticiaccusandoli di essere responsabili dello “shutdown” e dialtri scossoni al congresso che mettono a repentaglio ilnormale corso della vita pubblica, dalla sicurezza nazionalealla politica migratoria.

Quanto alla sicurezza nazionale, le dimissioni del segretarioalla difesa Jim Mattis hanno confermato che l’autoritarismodel presidente, che non ascolta pareri e consigli diesponenti qualificati, aggrava la mancanza di una strategiacoerente per il Medio Oriente e per lo scacchiereinternazionale. Il ritiro delle forze americane dalla Siriafavorisce la strategia di Mosca e Teheran per una soluzionepolitica che rafforzera’ il regime di Bashar al-Assad e deisuoi alleati per il prossimo futuro. Le principali vittimesono ancora una volta i curdi, i quali subiranno una nuovaoffensiva turca ed un sanguinoso ritorno ad ostilita’ a tuttocampo che a conti fatti non potranno che favorire unarecrudescenza degli attacchi dell’ISIS. L’aspetto centrale e’ che l’entente di fatto tra Russia, Iran e Turchia non fa altroche escludere gli Stati Uniti da un possibile approcciomultilaterale che a ragion veduta sarebbe nel loro interesse.

Ma per quanto Tump si ostini a condurre una politica esteraaffidandosi ad istinti  irragionevoli, isolazionisti e bullisti, non sara’ questa a compromettere la rielezione. Il clima diestrema conflittualita’, il diluvio di indagini congressualiche sta per abbattersi sulla sua presidenza e le esalazionidell’imperante corruzione garantiscono che il Paese restera’ polarizzato sugli attuali dati demoscopici, che conferisconoa Trump i suffragi del 38 per cento contro un 55 per cento che  votera’ – definitivamente o probabilmente – per il suoantagonista presidenziale. Il dato di fatto e’ che nel 2016 Hillary Clinton supero’ Trump con il 2,1 per cento dei voti, rispetto al 3,1 per cento previsto dai polls. Quello cheinduce non pochi osservatori, incluso chi scrive, a pronosticare la sconfitta elettorale di Trump nel 2020 e’ chenelle scorse elezioni questi pravalse nella Pennsylvania e nel Wisconsin con una percentuale del 0,7 e nel Michigan con appena il 0,2. In totale, la differenza fu di 78.000 voti. Tutto quello che e’ successo finora lascia pensare cheTrump rimarra’ abbarbicato alla sua base con una politicaestremista alienando i repubblicani delle grandi aereesuburbane – come e’ avvenuto nelle ultime elezionicongressuali – e la platea degli indipendenti.

Cio’ detto, la grande incognita e’ costituita dalle scelte chefaranno i democratici. Gia’ si dice che il partitodemocratico rischia di nominare un “suo” Trump, vale a dire un personaggio nuovo, proveniente dai ranghi dellasinistra ideologica, refrattaria all’equilibrio politico e drogata da progetti radicali come “Medicare per tutti” e l’abolizione dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale preposta all’applicazionedelle leggi immigratorie e alle investigazioni sulle attivita’ criminali e terroristiche di cittadini stranieri residenti negliStati Uniti. Al momento, i possibili aspiranti allanomination democratica sono una quarantina. Ne consegueche nella prossima campagna delle primarie la capacita’ diattrarre una forte fazione di seguaci ideologici fara’ premiosulla discussione circa i titoli relativi alla eleggibilita’. La peggior sorte che puo’ toccare ai democratici sarebbe quelladi veder emergere un candidato sostenuto da una tale fazione ma inadatto a riscuotere la fiducia di una parte importante dell’elettorato.

Last but not least, la rielezione di Donald Trump passaattraverso l’economia. Il travaglio di Wall Street preannuncia che l’America paghera’ un prezzo per la dissennata politica di Trump impostata sull’aumento deidazi e sul rigetto degli accordi economici internazionali. Tra poco, gli stessi rilevamenti demoscopici comincerannoa dare un’idea di quanto il panorama economico potra’ cambiare e con esso quello elettorale. Potrebbe verificarsiinsomma il “perfect storm”, la tempesta perfetta per la sconfitta di un presidente che la storia non manchera’ diclassificare tra i peggiori in America.

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