DUE ANNI DI LOTTA SENZA QUARTIERE

La goccia scava la pietra e’ il detto latino che molti sperano si applichi al destino di Donald Trump, un presidente assediato da capi di accusa che si moltiplicano, da ex collaboratori che lo denunciano e dalla prospettiva di un impeachment collegata all’esito delle elezioni midterm. Ormai manca poco ad un redde rationem per un presidente che ha stravolto istituzioni e radicate norme di condotta nella gestione del potere federale. Ma anche dando per scontata una vittoria democratica a Novembre, resta il dubbio che i democratici abbiano la strategia e la coesione politica necessarie per costringere il capo dell’esecutivo alle dimissioni, come fecero al tempo del Watergate con Richard Nixon. Trump non e’ Nixon che non seppe rispondere ai colpi che gli venivano inferti da una leadership democratica unita e determinata ad applicare la legge. I democratici non hanno dalla loro parte uomini come i due italo-americani che fecero la storia, il capo del comitato giudiziario della camera Peter Rodino, che porto’ avanti con ammirevole equilibrio la procedura di impeachment, ed il giudice John Sirica che scardino’ il patetico tentativo di Nixon di occultare le prove delle sue malefatte. Occorrera’ ben altro che una messa in stato di accusa di Trump ad opera del procuratore speciale Mueller per porre fine ad una presidenza esiziale per una democrazia liberale come quella americana. Le gocce scavano la pietra, ma occorre tempo, troppo tempo. L’America ha bisogno di far valere un processo molto piu’ rapido, in mancanza di un impeachment che potra’ non verificarsi.

Questa volta non ci sara’ un giudice Sirica a forzare il corso degli eventi. Non sara’ la magistratura a giudicare il presidente in carica per il semplice fatto che stando alla costituzione, la destituzione di un presidente dipende dal giudizio che verra’ istruito a suo carico presso il senato. Per destituire il presidente occorre un voto di due terzi. Non e’ mai successo ne’ succedera’ nel vicino futuro. I democratici ne sono consapevoli ed e’ per questo che i loro leader piu’ saggi perorano un “lento processo deliberativo”. Vero e’ che la base democratica e’ sempre piu’ portata ad avviare la procedura di impeachment. Realisticamente, i margini al congresso sono stretti, in quanto e’ molto improbabile che a novembre i democratici strappino ai repubblicani il controllo del senato.

I pericoli che gravano sulla presidenza Trump si sono drammaticamente acuiti il giorno in cui l’ex legale del presidente e tuttofare Michael Cohen e l’ex responsabile della campagna elettorale Paul Manafort sono divenuti “felons” con gravi imputazioni che comportano anni di galera. L’inchiesta del procuratore speciale Mueller sta per giungere alla conclusione, con o senza un interrogatorio del presidente. Sullo sfondo, pero’, la prossima estromissione dell’Attorney General Sessions, ormai preannunciata dal presidente Trump, aprira’ un interregnum al dipartimento della giustizia che non manchera’ di ostacolare le ricadute dell’indagine di Mueller. L’obiettivo centrale di Trump e’ sempre stato quello di silurare l’’inquisitore e la nomina di un nuovo Attorney General sara’ in funzione di questo passo. Al tempo del Watergate, la manovra in tal senso di Richard Nixon falli’, ma questa volta il presidente repubblicano puo’ far conto su una situazione piu’ favorevole, il predominio del partito repubblicano nel sistema giudiziario federale.

Tutto lascia pensare che la battaglia attorno alla presidenza Trump si fara’ ancor piu’ violenta, a motivo della formidabile pervicacia di Trump nel controbattere ogni accusa con spregiudicate offensive sospinte dalla crescente disperazione dinanzi al corso degli eventi. Tra questi, spicca la concessione di immunita’ all’amministratore della finanziaria Trump ed al proprietario dell’impresa giornalistica National Enquirer che ha avuto una parte cruciale nel tentativo di insabbiare le accuse di donne protagoniste dei rapporti extra coniugali di Trump.

Una cosa e’ certa, che l’Attorney General Session non fara’ il gioco di Trump offrendo le dimissioni, con il risultato che una sua estromissione aprira’ un contenzioso aspro e di lunga durata al congresso, quanto meno bloccando l’approvazione di un nuovo ministro della giustizia. A questi ovviamente toccherebbe il compito di licenziare l’inquisitore Mueller. La lotta senza quartiere attorno al futuro dell’Attorney General servirebbe a distogliere l’attenzione dalle accuse di “collusione” tra agenti russi e l’organizzazione elettorale di Trump nel 2016 che e’ al centro dell’opera di Mueller. A questo proposito, resta il fatto che la maggioranza dei repubblicani non pensa che ci sia stata collusione. Gli uomini del presidente al Congresso, primo fra tutti il capo della commissione di intelligence David Nunes, sono i principali sostenitori della insussistenza della collusione. Pur in presenza di prove credibili circa l’avvenuta collusione, e’ prevedibile che Trump trovera’ un numero di sostenitori al congresso tale da paralizzare il processo decisionale. Da cio’ consegue che la procedura di impeachment, anche in presenza di una maggioranza democratica alla camera, non portera’ alla defenestrazione del presidente repubblicano.

Gli Stati Uniti devono quindi prepararsi alla prospettiva di una guerra civile di inaudita violenza politica che Trump sfruttera’ a fondo per difendere la sua presidenza. I democratici imposteranno la loro offensiva in sede parlamentare sul fatto che Donald Trump e’ in pratica un “cospiratore non rinviato a giudizio in un’indagine criminale” con gli imputati Cohen e Manafort. Il suo avvocato, Michael Cohen, ha confessato di essersi reso colpevole di due violazioni delle norme che regolano le finanze elettorali. La prima concerne il divieto di contributi corporativi a candidati ad incarichi federali e la seconda i limiti di contributi individuali ad una campagna elettorale. Sono accuse gravi che comportano una pena fino a 65 anni, ma il patto raggiunto da Cohen con il pubblico ministero di Manhattan dovrebbe limitare la pena a cinque anni di reclusione. Contrariamente a quel che afferma Trump, le violazioni in questione costituiscono crimini. Vale la pena di ricordare che anche Nixon fu denunciato come un “cospiratore non rinviato a giudizio”, nel senso che commise crimini ma non fu sottoposto al giudizio della magistratura. Resta da vedere come lo Special Counsel Robert Mueller e gli altri inquisitori si comporteranno nel merito delle violazioni che possono essere ricondotte al presidente.

La parola sta quindi per passare al sistema di giustizia criminale anche se e’ da escludere che Mueller possa rinviare a giudizio il presidente. Tocca al congresso decidere se Trump sia passibile di impeachment per aver commesso “high crimes and misdemeanors” ossia crimini gravi ma non specifici come recita la costituzione. Il quesito dominante riguarda quel che i repubblicani potranno fare in difesa del loro presidente facendo leva sulla forte resistenza della base che si oppone caparbiamente al ripudio dell’elezione di Trump a seguito di pagamenti ad una “attrice pornografica”. L’America deve dunque prepararsi ad una battaglia politica senza quartiere al congresso negli anni precedenti la consultazione elettorale del 2020. La spettro di una nazione all’orlo di un’anarchia legislativa e’ tale da imporre ai democratici la scelta di un candidato presidenziale dotato di un’enorme capacita’ combattiva, necessaria per far fronte ad un presidente pronto a fare terra bruciata di norme e consuetudini del confronto politico tradizionale. Qualcuno ha gia’ indicato un possibile candidato democratico tagliato per una campagna elettorale senza esclusione di colpi: Andrew Cuomo, governatore dello stato di New York, come suo padre, l’ammirato Mario Cuomo che molti vedevano come il logico aspirante alla candidatura democratica alla presidenza. Da novello Amleto, Mario Cuomo lascio’ tutti nel dubbio finche’ decise di non presentarsi. Molti, tra i quali chi scrive queste note, sono sicuri che Cuomo rinuncio’ perche’ convinto che un italo-americano non avrebbe raccolto i voti di una maggioranza degli americani.

Se l’immediato futuro riserva invero uno scontro tra Trump e Cuomo, una previsione convincente e’ che questa volta Trump perdera’ i decisivi voti elettorali che sorprendentemente riusci’ a conquistare con margini minimi in quattro stati: Pennsylvania, Michigan, Ohio e Wisconsin. Sara’ la fine di Donald Trump ma ad un prezzo assai alto per la nazione in termini di conflittualita’ sociale, di polarizzazione politica e di paralisi legislativa. Fortunatamente, l’America e’ una nazione capace di rigenerarsi, guardando il futuro. Un futuro senza Trump sara’ certamente accolto con sollievo da una maggioranza degli americani e dalla virtuale totalita’ di alleati e partner dell’America.

 

 

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