COLLUSIONE O CONGIURA?

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Il presidente Donald Trump sta causando un fenomeno senza precedenti, la perdita di consensi per il suo partito in una congiuntura economica di massima espansione ed occupazione. La polarizzazione che ormai prevale negli Stati Uniti, ad opera di un capo dell’esecutivo che ha stravolto istituzioni e regole del gioco democratiche, ha ormai alienato un gran numero di americani che in condizioni di relativa prosperita’ non avrebbero difficolta’ a mantenere al potere il partito del presidente nelle prossime elezioni midterm e dopo due anni il presidente stesso candidato alla rielezione. Quel che si sta verificando e’ che una maggioranza degli elettori non giudica Donald Trump per quel che la sua politica ha conseguito nel campo economico ma per il suo comportamento disruptivo di norme tradizionali. I rilevamenti demoscopici segnalano un quadro preoccupante per il partito repubblicano che in condizioni normali dovrebbe navigare con le vele gonfiate da una forte economia. Vero e’ che Bill Clinton fu favorito dal felice momento economico anche sotto l’incubo dello scandalo di Monica Lewinski, ma quello era un incidente di percorso unico e non ripetibile, mentre non passa giorno che Trump non scagli twitter infamanti soprattutto nei confronti della stampa, costantemente e pervicacement bollata come “nemica del popolo”. In altri tempi, una condotta che rasenta il caos nell’amministrazione degli affari esteri, della giustizia e dell’equita’ sociale avrebbe rapidamente portato ad una condanna elettorale da parte della maggioranza sana della nazione. Oggi, purtroppo, questa maggioranza non esiste e gli insolenti messaggi del presidente contro l’inquisitore speciale Robert Mueller rivelano il forte sottofondo di astio, xenofobia e rivolta contro l’elite che anima la base trumpiana nell’America polarizzata. Emerge pero’ un paradosso: piu’ il partito repubblicano applaude Trump al fine di motivare la base che e’ decisa a rieleggerlo, piu’ migliora la causa dell’opposizione democratica e la sua presa sugli indipendenti e su quel cruciale settore dell’elettorato che solitamente diserta le urne.

Emerge quindi, con peso crescente, il corso dell’indagine di Mueller che ha gia’ in mano elementi probatori e testimonianze incriminanti estratte da piu’ fonti. L’interrogativo quindi e’ se Trump decidera’ di decretare, con i poteri attribuitigli dalla costituzione, la fine dell’opera dello “special counsel”. Di fatto, il presidente esercita il controllo su tutta la gerarchia federale incaricata dell’applicazione delle leggi. Secondo la lettera e lo spirito della costituzione, il potere del presidente e’ sovrano ed un organo speciale, come appunto quello dell’inquisitore Mueller, non risponde al popolo. Per contro, proprio perche’ la costituzione affida al presidente il compito di sorvegliare l’applicazione della legge, il presidente deve assicurarsi che la macchina della giustizia non venga ostacolata o intralciata. In altre parole, il presidente non puo’ sopprimere il corso della giustizia, in modo speciale quando sorgono dubbi circa le possibili responsabilita’ del capo dell’esecutivo nella fattispecie della collusione tra agenti russi e l’organizzazione Trump nella campagna elettorale del 2016. Il punto cruciale, attorno al quale ruota il destino di Trump ed in senso lato dell’intera nazione, e’ se in quella contesa elettorale si sia dato luogo non gia’ a “collusione”, ma a “conspiracy”, ossia cospirazione, per non dire complotto. la “conspiracy” e’ un crimine federale, la collusione non lo e’. Tutto dipende dall’accettazione da parte di Mueller del principio che il dipartimento della giustizia, al quale Mueller fa capo, non puo’ deferire alla giustizia il presidente in carica. Lo strumento costituzionale volto ad accertare le responsabilita’ del presidente e successivamente a giudicarlo e’ quello del Congresso, dove spetta alla Camera dei Rappresentanti votare gli articoli di impeachment ed al Senato processare il presidente.

Nel marasma politico generato dall’apparente collusione, un altro aspetto della turbativa e’ che Trump non puo’ ordinare all’Attorney General Sessions di troncare l’indagine di Mueller in quanto lo stesso Session si e’ autoescluso dallo svolgere un ruolo in materia gia’ agli albori della controversia. Il caso si fa ancora piu’ complicato perche’ il presidente potrebbe impartire l’ ordine al Vice Attorney General Rod Rosenstein, l’alto funzionario che mise in moto l’indagine di Mueller e che da quel momento sorveglia il suo operato. E’ inconcepibile pero’ che Rosenstein eseguisca un ordine di cessazione dell’inchiesta. Le conseguenti dimissioni avrebbero l’immediato effetto di scatenare un nuovo “massacro del sabato notte” quando il 20 Ottobre 1973 Richard Nixon ordino’ dapprima all’Attorney General Elliot Richardson e quindi al suo vice, William Ruckelshaus, di licenziare Archibal Cox, l’inquisitore speciale dello scandalo Watergate. Tocco’ farlo al Solicitor General Robert Bork; a distanza di anni i democratici gliela fecero pagare bloccando la sua nomina a giudice della Corte Suprema.

L’attacco al Dipartimento della Giustizia ebbe conseguenze fatali per Nixon scatenando immediate risoluzioni al Congresso per il suo impeachment. L’8 agosto 1974 il presidente repubblicano era costretto a dimettersi. Per tornare ai nostri giorni, un altro massacro si svolge con tempi lenti. Trump si e’ gia’ sbarazzato di alti funzionari che ai suoi occhi rappresentavano una minaccia alla presidenza. La sua strategia e’ fondamentalmente quella di distruggere o quanto meno incrinare l’impalcatura di accuse centrate sull’asserita “congiura” con gli agenti di Putin. Di fatto, Trump continua a mantenere in atto una situazione politica che soffoca o complica le minacce finora emerse e quelle che potrebbero scaturire dal proseguimento delle indagini. E’ pertanto assai improbabile che Trump decida di licenziare Mueller con un colpo di scena a la Nixon.

Il parallelo con il “massacro del sabato notte” ignora un fatto importante, che Nixon sapeva di essere colpevole di “ostruzione” alla giustizia ed era conscio del fatto che le registrazioni avrebbero provato la sua colpevolezza. Nelle sue memorie, Nixon confessa il suo sbigottimento per l’impatto delle rivelazioni circa il Watergate e per la misura in cui “l’acido aveva eroso il tessuto della nazione”. Di fatto, la nazione aveva visto la resistenza di Nixon agli sviluppi del Watergate come il gesto di disperazione di un colpevole. Non altrettanto puo’ dirsi di Trump.

In ultima analisi, le azioni del Presidente Trump, per quanto offensive nei confronti del sistema politico e dei suoi attori, non assurgono al livello di ostruzione della giustizia o quanto meno non provano tale ostruzione aldila’ di un dubbio ragionevole. Il busillis e’ questo: se i democratici dovessero conquistare il controllo della Camera dei Rappresentanti, avrebbero in mano strumenti costituzionali e politici per arrestare il disfacimento politico avviato da Donald Trump. Quanto alle prove, bisogna attendere che Mueller si pronunci. Se i democratici sono effettivamente convinti che Trump si e’ macchiato di “congiura” se non proprio di “ostruzione della giustizia”, possono procedere con un impeachment. Da ricordare, a questo punto, che tale procedura puo’ essere invocata anche in mancanza di prove che il presidente abbia commesso un crimine. La costituzione specifica che l’impeachment deve essere giustificato da “high crimes and misdemeanors” non specificati ma tali da poter essere ricondotti ad abusi e violazioni della fiducia pubblica. In ogni caso, e’ su questa base che la storia giudichera’ la presidenza spregiudicata e disregativa di Donald Trump.

 

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