La nuova guerra civile si fa calda

La nuova guerra civile fredda, della quale si è scritto mesi fa, si va facendo calda dopo i fatti di Charlottesville e l’avvento, generato dall’immoralità del Presidente Trump, di una falsa e distruttiva equivalenza tra la alt-right razzista e neonazista e la alt-left artificiosamente eretta dalla destra per delegittimare la crescente opposizione alla Presidenza Trump.

In quella che è praticamente una dichiarazione di guerra alla alt-left, ossia all’opposizione che parte ma non si esaurisce nella sinistra, Trump l’ha accusata di essere responsabile delle violenze di Charlottesville, dando esca alla massa di accesi sostenitori della supremazia bianca, forza portante dell’elettorato trumpiano. La requisitoria del Presidente era tanto più sconvolgente in quanto rappresentava un voltafaccia rispetto alla dichiarazione di due giorni addietro quando, sotto pressione dei suoi consiglieri, Trump aveva dichiarato il razzismo “evil” ossia il male, esprimendo esecrazione per i gruppi dediti all’odio come il Ku Klux Klan ed i neo-nazi.

Le accuse di Trump alla alt-left segnano uno spartiacque nella filosofia della violenza ormai praticata in America, di gran lunga la più drammatica conseguenza dell’ascesa al potere di un uomo senza scrupoli, privo di qualsiasi competenza negli affari di stato e fatto ben più grave, di un minimo senso di responsabilità nei confronti dell’ideale di nazione, esercitato dal “bully pulpit” della Presidenza. Quando il Capo dello Stato scende così in basso al punto di accusare i media di incitamento alla violenza, ignorando fatti palesi ed inoppugnabili, è lecito esternare il timore che il potere esecutivo sia incapace di valutare il risorgere di quei rischi che avevano diviso il Paese nell’ottocento innestando l’inevitabile guerra civile. La violenza oggi non è più ipotetica negli Stati Uniti, è reale. Ma non è solo Donald Trump ad ignorare l’evidenza di una crescente lacerante spaccatura nel tessuto sociale e politico della nazione. Lo stratega Steve Bannon è andato via, ma la sua influenza di Rasputin dell’estrema destra non cesserà di propagarsi dall’esterno, giungendo a minacciare rappresaglie contro quelli che Bannon definisce “i globalisti” della Casa Bianca, tra cui la stessa Ivana Trump e Jared Kushner, il genero e consigliere di Trump.  Resta da vedere se il nuovo  capo dello staff, il generale John Kelly, riuscirà ad eliminare, dopo Bannon, quei personaggi dell’ala perversamente nazionalista in seno alla Casa Bianca che rappresenta una sotterranea ma potente istigazione dell’estremismo presidenziale. Le più recenti esternazioni di Trump, in specie quelle in cui il Presidente ha ignorato il testo moderato del teleprompter ma ha parlato a ruota libera, dando sfogo ai suoi istinti conflittuali, ignorano infatti la minaccia sempre più aperta dei rigurgiti di supremazia bianca tali da sorreggere movimenti di resistenza allo Stato. Questa resistenza è spesso prodromo di guerra civile.

Noncurante dei pericoli di una situazione sempre più instabile nel Paese e all’interno dello stesso Congresso, il Presidente ha di fatto inasprito lo scontro con la leadership repubblicana accusando il leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, e lo Speaker della Camera Paul Ryan di aver provocato uno stato di “disordine” attorno al rinnovo del debito federale. Il Congresso deve innalzare il limite del debito entro il 29 settembre per evitare la inadempienza (default) che avrebbe conseguenze disastrose per gli Stati Uniti. Gli attacchi di Trump a McConnell e Ryan rispecchiano in pieno quel che Bannon continua a ripetere, che lo establishment repubblicano “non ha interesse nel successo di Trump”.  Certo è che i rapporti tra il Presidente e il leader repubblicano al Senato si sono fatti gelidi dopo che Trump ha accusato McConnell di aver miseramente fallito nell’azione legislativa volta ad abrogare l’Obamacare. Dietro l’ostinazione di Trump nel prendere di mira la leadership repubblicana al Congresso vi è il calcolo che un conflitto più aperto possa risolversi a suo vantaggio, così come sostenuto da alcune inchieste demoscopiche secondo cui una maggioranza di Americani nutre forti antipatie nei confronti dei legislatori. Un altro capo d’accusa di Trump al Congresso concerne l’esasperante capitolo del muro al confine con il Messico. Il Senatore McConnell sa che il finanziamento del muro è fuori discussione in quanto per la sua approvazione sarebbero necessari otto voti democratici. Trump non ha aiutato McConnell quando, in un comizio di stile elettorale a Phoenix, ha dichiarato: “costruiremo quel muro anche a costo di far chiudere il Governo”. Il Senatore McConnell ha ignorato la minaccia ma la spada di Damocle del “default” pende sia sulla presidenza Trump sia sul ramo legislativo. Il mese di settembre si preannuncia cruciale insomma per entrambi, ma soprattutto per il capo dell’esecutivo.

Ed è questo, in fondo, l’interrogativo che ormai sorge spontaneo tra un gran numero di Americani, se cioè Donald Trump arriverà alla fine del suo mandato. È ormai chiaro che la strategia di Trump non può che essere quella di rimanere abbarbicato a quel terzo degli Americani di razza bianca che lo considerano il Salvatore della Patria. Nel migliore dei casi, i sondaggi conferiscono a Trump il 37 per cento dei giudizi favorevoli, il livello più basso nella storia politica americana. Il “bully pulpit”, che è un’icona della capacità del Presidente di guidare e ispirare i suoi concittadini, si è trasformato in  una fiera delle vanità del Donald, ossessionato dal narcisismo che esclude qualsiasi ricorso alla moderazione. È significativo che sia toccato ad un Senatore repubblicano, Bob Corker, capo della Commissione per le Relazioni Estere, mettere il dito sulla piaga: il Presidente – ha detto Corker – “non capisce il carattere di questa nazione”. Non avendo dimostrato, fino adesso, alcun senso di “stabilità” e “competenza”, Trump ha posto il Paese in una situazione di “grave pericolo”.  Le dichiarazioni di Corker non vanno comunque interpretate come un segnale di completa rottura tra il Presidente e il suo partito al Congresso, per il semplice fatto che i repubblicani perseguono la stessa agenda ideologica. Quel che è venuto meno, comunque, è l’impegno del capo dell’esecutivo di operare per l’approvazione di leggi che sono da sempre di valore fondamentale per i repubblicani, come la riforma fiscale. Questa riforma dovrebbe costituire un caposaldo della Presidenza Trump e della maggioranza repubblicana al Congresso; secondo le intenzioni espresse da Trump, dovrebbe essere approvata entro la fine dell’anno, come del resto il bilancio e l’aumento del debito federale. Se questi capitoli sono lontani da un’intesa, è perché Trump non esercita il ruolo di leadership che gli compete, ma resta invischiato in controversie e distrazioni di  vario genere, fra cui spicca la diuturna stridente campagna contro la stampa. A Phoenix, il Presidente ha accusato i mezzi di informazione di aver “distorto” il suo giudizio circa la marcia dei suprematisti bianchi a Charlottesville e di aver danneggiato in tal modo “la storia e l’eredità” dell’America. Di fatto, le reazioni più aspre al giudizio di Trump erano giunte dai leader delle maggiori aziende che si erano prontamente dimessi da varie commissioni presidenziali, da esponenti militari e da membri del suo stesso partito. Tra tutti, si è distinto per la durezza delle sue dichiarazioni proprio il leader repubblicano al Senato, Mitch McConnell, che in una conversazione a porte chiuse ha espresso il forte dubbio che Trump possa guidare il partito fino alle elezioni midterm ed oltre. Sorge quindi la possibilità che molti repubblicani rinuncino a sostenere la candidatura di Trump per la rielezione. La motivazione di una simile grave decisione è che i repubblicani temono che la sprezzante condotta di Trump comprometta la maggioranza repubblicana al Congresso. Lo stesso McConnell sembra essere di questo parere. Qualora nel prossimo anno i democratici dovessero conquistare la maggioranza dei seggi al Senato, un’eventualità improbabile ma non da escludersi, si schiuderebbe la prospettiva di “impeachment”. È una prospettiva che spaccherebbe ancor più il Paese, spingendolo ad un simulacro di guerra civile con conseguenze pesantissime per l’immagine e il ruolo internazionale dell’America.

Le accuse intanto si accentrano sul ricorso alla violenza, vero o temuto, delle parti contrapposte. La destra accusa gli esponenti della sinistra democratica di arrogarsi il diritto di usare la forza fisica contro chiunque non sia dalla sua parte. “La leadership democratica è una cabala fascista che intende rovesciare la democrazia”, ha scritto un esegeta della destra, Tom Trinko. Secondo il pensiero di Trinko ed altri, tra cui Rush Limbaugh, la guerra civile promossa dai democratici non è altro che il tentativo di trasferire il potere dal popolo ai “ricchi oligarchi bianchi, ai giudici ed a burocrati governativi”. A fare le spese della campagna contro la “supremazia bianca” è anche Cristoforo Colombo, il cui monumento a Baltimora è stato preso a martellate in quanto celebrazione di un “terrorista genocida”. Nel campo opposto, le violenze commesse dal movimento denominato “antifa” – in pratica antifascisti che si comportano alla stessa stregua di fascisti – possono essere ricondotte al ripudio della Presidenza Trump che la sinistra giudica “illegittima”. In conclusione, non vi è dubbio che gli Americani d’oggi sono più divisi politicamente e ideologicamente di quanto non lo fossero ai tempi della guerra civile o guerra tra gli Stati che dir si voglia. Lungi dall’esercitare una funzione moderatrice e rasserenante per la grande massa degli Americani, Donald Trump non ha né la capacità né il carisma necessari per porre fine alla escalation di violenze sul suolo americano. Il suo comportamento, per quanto possa in parte essere temperato dai consiglieri della Casa Bianca – guarda caso militari – è con tutta probabilità quello di un Presidente che non è destinato a durare a lungo.

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