Il Demolition Derby negli USA

La campagna elettorale americana, degenerata da tempo in un spettacolo tanto sconcertante quanto indecoroso in una grande vecchia democrazia, ha assunto ormai l’aspetto di un demolition derby, la cui regola è di sfasciare le vetture degli altri contendenti. Gli sfasciacarrozze in lizza, Hillary Clinton e Donald Trump, hanno rinunciato completamente a confrontarsi con la dialettica politica di idee, progetti e persino promesse elettorali. La campagna elettorale è ormai, a tutti gli effetti, uno scambio di epiteti, insulti e accuse infamanti. Hillary ha schierato psicologi che da tempo asseriscono che Trump è “fuori di testa” (unhinged) e che sarebbe folle affidare i codici nucleari ad un uomo dalla mente sconvolta. Nel più recente discorso, Hillary ha affermato che Trump ha abbracciato ormai i gruppi che seminano odio ed ha permesso alla “frangia radicale” di impadronirsi del partito repubblicano. Sono accuse queste senza precedenti in una campagna presidenziale dove le invettive non rispettano alcun limite della tradizionale decenza delle contese elettorali americane.

La triste constatazione è che l’attuale contesa si profila ormai come uno scontro tra due strategie elettorali di sfrenata denigrazione dell’avversario, indirizzate ad un elettorato che è profondamente deluso dalla scelta che gli viene proposta a novembre. Mai prima d’oggi, i due candidati presidenziali avevano accusato indici di sfavore così alti, negativi oltre il sessanta per cento. Il bersaglio di Hillary è ormai definito con un termine che la candidata democratica si sforza di volgarizzare, quello della cosiddetta “alt-right”, l’alternativa di estrema destra, che associa i sentimenti nazionalistici a quelli anti-immigranti, asse portante – secondo Hillary – della candidatura Trump. Una candidatura, insiste Hillary, alimentata dalla paranoia.

Ma la vera causale della contesa è un’altra, quella del razzismo. È un’accusa pesante che comporta rischi per Hillary Clinton in quanto Trump ha buon gioco nell’infiammare la reazione dei suoi sostenitori accusati, insieme a lui, di perverso razzismo. L’intento degli strateghi di Hillary è infatti di creare un vallo tra Trump ed il partito repubblicano “mainstream”, vale a dire tradizionale, in forza dell’accusa di razzismo rivolta al candidato del GOP. La reazione di Trump è di chiamare Hillary “bigotta” accusandola di abbindolare gli elettori di colore e quelli hispanici, notoriamente solidali con la candidatura Clinton. Ma l’accusa di Trump che fa più presa è che Hillary “ha usato il Dipartimento di Stato come un hedge fund personale”, procurando munifiche donazioni di emiri e miliardari stranieri per la Fondazione Clinton. Le rivelazioni di un gruppo politico hanno confermato che, attraverso una sua fidata assistente, Hillary Clinton effettivamente facilitò contatti ad alti livelli governativi per numerosi individui che avevano contribuito con ingenti somme alla Fondazione Clinton. Trump non ha perso tempo nell’accusare Clinton di avere in tal modo organizzato una “grossa impresa criminale”.

È quanto mai straordinario comunque che un termine fino ad oggi sconosciuto – “alt-right” – sia entrato con tanta prepotenza nel lessico politico americano e con effetti così dirompenti. Vi è addirittura chi vede nella “alt-right” il nuovo avversario filosofico del liberalismo dalla caduta del comunismo ad oggi. Tra i megafoni del pensiero “alternativo” è il fondatore di Breitbart News, Stephen Bannon, che guarda caso è diventato da poco tempo capo della campagna elettorale di Trump. Gli apostoli della “alt-right” sono di una pasta ben diversa da quella di estremisti come i neonazisti o i fanatici del Ku Klux Klan. Uno di loro, Jared Taylor di American Renaissance, attacca i conservatori moderati – che chiama con il termine insultante di “Cuckservative” – affermando che l’America è stata fondata, piuttosto che su certi principi, da una certa massa di individui – tedeschi, svedesi, irlandesi e ungheresi – “che sono venuti qui ed hanno contribuito a costruire l’America che amate”. E conclude: “credete veramente che un futuro afro-hispanico-caraibico-asiatico rassomiglierà all’America costruita dai vostri antenati?” Questa è l’America di Donald Trump, ripete ormai Hillary Clinton, cercando di appiccicargli l’etichetta di portabandiera del “nazionalismo bianco ed anti-americano”. Né vi è dubbio che la “alt-right” appoggia la deportazione degli immigranti illegali e l’adozione di politiche protezionistiche, mentre avversa il globalismo, il “gun control”, i diritti “gay” ed ogni causa progressista.

Se il quadro della “alt-right” incute timore anche nei repubblicani, di fatto è un movimento marginale che non ha niente a che vedere con il conservatorismo, e del resto Donald Trump si è guardato bene dall’appoggiarlo o legittimarlo. Il “trumpismo” non è “alt-right” ma ora che Hillary ha associato “trumpismo” e “alt-right” resta da vedere come reagiranno i conservatori moderati, in modo speciale quelli appartenenti a movimenti fondamentalisti, che vengono in qualche modo coinvolti dalle stridule accuse di “razzismo” lanciate dalla candidata democratica. Contrariamente alla “alt-right”, il conservatorismo americano non può essere tacciato di razzismo.

Insieme con la “alt-right”, l’altra pietra di paragone dell’infuocata campagna elettorale americana è la “economic angst”, l’angoscia che opprime una gran parte dell’elettorato americano privato di sbocchi economici tali da garantire un miglior futuro. È su questa pesante condizione socio-economica, ampiamente diffusa nell’America contemporanea, che Donald Trump ha impostato la sua crociata elettorale. Un elettorato ansioso moltiplica le spinte di natura populista, facilitando da una parte l’ingresso nella contesa elettorale di forze portate all’estremismo – come la “alt-right” per l’appunto – e dall’altra svincolando i partiti tradizionali dagli ancoraggi storici che oggi generano diseguaglianza e tutta una serie di squilibri sociali. La forza trainante di Donald non è tanto il ripudio degli immigranti illegali e dei musulmani, quanto la sua promessa di fare piazza pulita a Washington delle elites che, a suo dire, hanno generato povertà e diseguaglianza. Il discorso peraltro è più complesso e non può essere circoscritto alla “economic angst” per il semplice fatto che l’angoscia riflette l’isolamento razziale e l’ansietà culturale anche in regioni che hanno tratto vantaggi dalla concorrenza commerciale e dalla stessa immigrazione.

Un indice più attendibile della accettabilità di Trump è la scarsa mobilità intergenerazionale associata alla scarsa tutela della salute. In pratica, come diversi studi testimoniano da tempo, il successo di Trump non è giustificato esclusivamente da assillanti interessi economici ma da un altro tipo di “angst”, un’angoscia culturale che ha le sue radici nelle comunità più isolate anche dal punto di vista razziale. Le comunità con la più alta concentrazione di residenti bianchi sono quelle più portate ad appoggiare la candidatura di Donald Trump. Le accuse di razzismo rivolte da Clinton a Trump fanno notizia sulle pagine dei giornali e nei notiziari televisivi, emanazioni degli interessi corporativi che sostengono compatti la candidatura Clinton, ma non incidono sull’elettorato bianco e su quello tradizionalmente conservatore. Né va ignorato un elemento tattico di primaria importanza per Clinton, l’intento di distogliere l’attenzione dalle sue magagne: dallo scandalo delle email in violazione di limiti nella sua veste di Segretario di Stato, alla mancanza di un “firewall” ossia di un muro protettivo dall’impiego di influenza politica per lo sviluppo abnorme della Fondazione Clinton. Sotto un profilo politico, il messaggio di Hillary è un coacervo di vecchie proposte del “centro-sinistra”, valide per temi specifici ma prive di un effettivo impatto universale.

Per l’avversario di Hillary, Bernie Sanders, l’obiettivo economico era e rimane quello di eliminare l’insicurezza economica, un argomento che trova consensi in una massa di elettori repubblicani economicamente depressi. Ciò detto, l’ossessiva chiamata alle armi di Bernie per una “rivoluzione politica” volta a rovesciare i poteri forti dell’America corporativa non poteva da sola generare una maggioranza capace di imporsi nella consultazione elettorale. Trump ha cavalcato la tigre del populismo ma ha diretto lo “angst”, per non dire la rabbia, contro il governo, gli immigranti, i musulmani sospetti di terrorismo, le imprese che traslocano le risorse produttive all’estero, additati dai più come responsabili della perdita di uno status economico in una nazione in rapida transizione verso un incerto futuro.

Una cosa è certa ed è che l’immigrazione costituirà uno degli scottanti temi del dibattito che si spera possa verificarsi con parametri di maggior reciproco rispetto di quelli attuali. Trump ha riconosciuto che le sue iniziali prese di posizione vanno rettificate e da pochi giorni ha cominciato ad esprimere simpatia verso coloro che si sono “adattati a vivere in America ed hanno rispettato le leggi” dopo il loro arrivo illegale. Curiosamente, però, Trump deve guardarsi dal non manifestare un eccessivo “softening” ossia un ammorbidimento che risulta decisamente sgradito alla maggioranza dei suoi sostenitori. La sua strategia di sopravvivenza è legata al voto di pochi Stati chiave: la Florida, l’Ohio, la Pennsylvania e il Colorado. Sarà il voto del settore “leale” dei Repubblicani di questi stati, degli indipendenti anti-establishment e di Democratici visceralmente opposti ad Hillary a decidere le sorti della contesa che certamente ci riserva la fatidica “sorpresa di Ottobre”. Hillary Clinton ha ormai sparato quasi tutte le sue cartucce di attacchi ad personam e Donald Trump non mancherà di rimangiarsi alcune delle sue sparate a cominciare dal muro alla frontiera con il Messico e dal piano di deportazione di milioni di illegali. Di certo, non gli basterà per strappare qualche voto dagli hispanici, ma quanto meno servirà ad introdurre un elemento o due di equilibrio che fino ad oggi è vistosamente mancato nella campagna elettorale di Trump. Spettatori forzati come sono del demolition derby, gli Americani sono costretti ad allacciarsi le cinture.

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