L’eredità di Sanders

Ora che la candidata della macchina democratica e dei poteri corporativi, Hillary Clinton, avendo sentito da che parte tira il vento in America, si è spostata a sinistra sintonizzando il suo messaggio con lo spirito delle riforme invocate da Sanders, la grossa incognita è se quella massa di giovani, indipendenti e democratici attratti dalle proposte populiste di Bernie deciderà di restare a casa o addirittura votare per Donald Trump in forza dell’antipatia nei confronti di Hillary. Il rimedio della candidata democratica è quello di concedere a Sanders un ruolo di primo piano nella ristrutturazione del partito ed in modo particolare di quegli ingranaggi che avevano permesso alla Clinton di emergere come candidata presidenziale in pectore finché Bernie non aveva sfidato l’establishment e i bastioni corporativi. L’establishment, in primis,  aveva rimpiazzato l’anima progressiva del partito democratico con quel monopolio di interessi finanziari che ha aggravato la sconcertante diseguaglianza negli Stati Uniti.

Sbaglierebbero comunque quegli osservatori, europei in particolare, che dovessero cercare di prevedere e interpretare i possibili sviluppi della contesa elettorale in chiave di sinistra contro destra. Il fattore chiave di questa annata elettorale è stato e resta l’insurrezione alle radici, le cosiddette grassroots, dove la maggioranza degli elettori sotto i 45 anni e addirittura il 71 per cento dei giovani sotto i 30 anni hanno votato per Sanders. Ora che Hillary ha prevalso nella convenzione, in cui i giochi erano già stati fatti dalla macchina del partito, ci si chiede se il movimento creato da Sanders, una rivolta spontanea contro l’establishment ed il potere dell’uno per cento, esercitato attraverso la massiccia spesa nella campagna elettorale, sia destinato ad estinguersi ovvero a rinvigorire le grassroots seminate da Bernie. I numeri demografici fanno bene sperare. I Millennials (gli adulti tra i 19 e i 35 anni) aventi diritto al voto sono 69.200.000 mentre i Baby Boomers (nati dal 1946 al 1964) sono 69.700.00. Quel che lascia supporre che la rivolta contro l’establishment politico e mediatico troverà una nuova incarnazione in una emergente generazione di politici è il fatto che la forte indignazione, se non proprio la rabbia, della classe media americana permarrà e troverà certamente sfogo tra i nuovi elettori.  Di fatto, è questa rabbia che sorregge la dirompente candidatura di Donald Trump, alimentata da una carica antisociale che ignora fondamentali principi costitutivi dell’America. La stampa americana, che sin dal primo giorno si era schierata in massa contro Trump e Sanders in un negligente allineamento con Hillary, ha concentrato i suoi strali sulla islamofobia e xenofobia di Donald, solo un gradino sotto l’accusa di razzismo, ma alla resa dei conti non ha scalfito la presa che Trump sembra avere su una consistente fetta dell’elettorato, e non solo quello dei repubblicani bianchi. Né va sottovalutato l’impatto psicologico sull’elettorato americano del terrorismo che è ormai divenuto sinonimo di violenza commessa dai musulmani, accomunando quindi l’idea dell’Islam e gli immigranti illegali in una crescente minaccia. È innegabile che la paura aiuta la causa di Donald Trump.

Ma la vera chiave è nell’interpretare il significato della rivolta contro l’establishment che tradizionalmente incorporava gli interessi finanziari ed economici della leadership repubblicana, quella leadership, per intenderci, che la classe media repubblicana adesso apparentemente rigetta. La classe media americana, che non ha visto accrescersi le buste paga da più di dieci anni a questa parte, è meno interessata al confronto di due personalità agli antipodi come Hillary and Donald ed ai colpi bassi che si scambieranno a volontà nel corso della campagna elettorale, mentre reagisce ad uno stato di fatto in cui grandi interessi finanziari, che hanno in mano le leve del potere, salvano le banche all’orlo del dissesto senza preoccuparsi di salvare la classe lavoratrice. Vero è che Donald Trump è un megalomane senza un briciolo di competenza in politica estera, ma sul fronte opposto occorre riconoscere che Hillary Clinton ed il suo neoliberalismo usurato sono la garanzia di uno status quo dal quale l’America può e deve uscire con forze nuove come quelle che Bernie Sanders ha responsabilizzato. Hillary è il prodotto di problemi strutturali che gravano sull’America da troppo tempo e che in parte possono essere imputati al sistema capitalistico che ha fatto la fortuna di Trump e distrutto il sistema progressivo di welfare.

Mai prima d’oggi la corsa alla presidenza ha presentato un confronto tra due candidati con un quoziente nazionale di disapprovazione così alto; quello di Hillary tocca addirittura il 67 per cento. Se è vero dunque che la corsa verrà decisa dal numero di elettori che voteranno per il candidato che considerano il minore dei due mali, è anche vero che molti, anzi moltissimi, riconoscono quello che è l’asso nella manica di Donald Trump, l’accusa che il sistema è “rigged” ossia manipolato ai danni dei cittadini come lo è stato nella versione elettorale a danno di Bernie Sanders. Trump ha sfruttato abilmente la sensazione di un gran numero di americani che la globalizzazione, e specificamente gli accordi commerciali in atto e quelli oggetto di negoziato, hanno colpito a fondo la classe lavoratrice, approfondendo il vallo tra coloro che per stato sociale, educazione e fortunate congiunture vivono nella prosperità e tutti gli altri, e sono legioni, che si vedono negati i vantaggi della ricchezza nazionale per una serie di problemi che includono l’impatto di nuove tecnologie nel campo del lavoro. Il processo di de-industrializzazione, innescato dalle politiche neoliberiste di Bill Clinton, ha gonfiato i profitti del potere finanziario e abbattuto il costo del lavoro.

Molti “liberals” in America sono convinti che l’unica alternativa sia quella di un terzo partito che metta a frutto le energie sprigionate dalla rivoluzione politica di Bernie Sanders. Bernie ha il grande merito di aver presentato all’elettorato la realtà che una massa di americani avvertiva sulla pelle, una realtà che gli ottimistici proclami del Presidente Obama non potevano far passare come prosperità. La realtà è che la rivolta contro l’establishment unisce destra e sinistra, conservatori e progressisti. È una rivolta contro lo strapotere del denaro nella politica a seguito anche di una pessima decisione della Corte Suprema, quella Citizens United che segnava l’avvento di massicci fondi elettorali senza l’obbligo di riverlarne le fonti. L’incognita è quella che concerne il futuro del movimento popolare di protesta, se esso abbia maggiori possibilità di crescere e di forzare l’adozione di politiche liberali di nome e di fatto durante una presidenza Clinton o una presidenza Trump.

In ultima analisi, sarebbe fuori luogo equiparare gli aspetti negativi delle candidature in lizza a Novembre con fini decisivi per una elezione che finirà per cambiare poco o nulla in America. La politica inizialmente articolata dai neocon, responsabile di una guerra senza fine nel Medio Oriente, ha in Hillary Clinton una continuatrice convinta sin dal giorno in cui votò a favore del cambio di regime in Irak. Per quanto Trump possa tirar fuori da suo cilindro messaggi di simpatia per Putin e preoccupanti giudizi sull’utilità della NATO, i danni maggiori di una sua presidenza saranno registrati all’interno piuttosto che sul fronte internazionale.

Astenersi a Novembre non aiuta la causa della democrazia e il rinnovamento dell’ordine sociale. Bill Clinton ha fatto del suo meglio alla convenzione democratica per “rebrand” la moglie come la paladina della classe media senza affrontare lo scottante tema della fiducia dove Hillary paga dazio. Di converso, Donald Trump è uscito dalla convenzione repubblicana con una veste di legittimità ma è lontano dall’aver convinto gli americani che come presidente sarebbe capace di trascendere l’immagine narcisista che ha di se stesso, causa di conflittualità e di grossi rischi in situazioni che esigono totale controllo. In fondo, i problemi che l’America affronta a Novembre non sono molto diversi da quelli che angustiano i governanti europei, nel senso della necessità di restituire ai loro cittadini, incapaci di adattarsi ad una diversità che si sta facendo esplosiva, le istituzioni di una società civile. Sono queste infatti che soffrono quando i grandi interessi finanziari ed economici acquistano una soverchiante influenza nei centri di poteri. Questo è il senso di un movimento erede di una “rivoluzione politica” che l’elezione di personaggi con discutibili capacità di leadership, come Hillary e Donald, non può e non deve soffocare sul nascere.

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