Bernie Sanders: una sconfitta che equivale a una vittoria

In un’annata elettorale assolutamente sconcertante, imprevedibile, contrassegnata da bassi appelli alle peggiori emozioni dell’elettorato, nessuno avrebbe mai potuto prevedere che i Repubblicani si sarebbero svegliati una mattina ai primi di maggio con un candidato presidenziale con la nomination in pugno mentre il campo democratico, predestinato a registrare la vittoria della possente macchina elettorale dei Clinton, avrebbe dovuto vedersela con un anziano Senatore indipendente, autodefinitosi socialista democratico. Questo è Bernie Sanders, capace di ispirare la grande maggioranza di elettori di età inferiore ai 45 anni e di raccogliere più fondi da piccoli donatori – oltre sette milioni stando alle ultime stime – che non Hillary Clinton sostenuta dai Political Actions Committees, dietro cui si celano gruppi di potere tra cui i plutocrati di Wall Street.

In questa fase già incandescente della campagna elettorale, qualche somma può già esser tratta. La considerazione più saliente in campo repubblicano è che Donald Trump è stato sin dagli inizi sottovalutato. I suoi avversari ed i media hanno fatto di tutto per dipingerlo come un candidato ineleggibile, ripudiato dalla totalità degli esponenti di spicco del partito repubblicano, deriso dal fronte mediatico, vituperato da istituzioni sociali e attaccato dagli altri candidati con una virulenza di linguaggio mai vista prima d’oggi in una contesa per la nomination di un partito. Alla fine di una lotta serrata a base di reciproci insulti, colpi bassi e accuse infamanti, l’avversario più tenace e aggressivo di Trump, il Senatore del Texas Ted Cruz, ha posto fine alla rissa con una dichiarazione amara che rivela esattamente come siano andate le cose. “Ce l’ho messa tutta – ha detto Cruz annunciando il suo ritiro – ma gli elettori hanno scelto un’altra strada”. Questi elettori hanno scelto di ignorare le sparate nativiste del miliardario newyorkese, le pensate estremiste di registrazione dei musulmani, le nauseanti invettive contro i Messicani stupratori e spacciatori di droghe. Incredibile a dirsi, ma non si può ignorare la forte possibilità che l’estremismo nazionalista di Donald Trump sia condiviso da una massa di Repubblicani, e non solo Repubblicani.

Questa però, va osservato sottovoce, è una contesa presidenziale nella quale gli Americani sembrano vergognarsi dei candidati alla Casa Bianca. Cruz ha avuto dalla sua parte un coefficiente di approvazione del 26 per cento ed uno negativo del 49 per cento. Hillary Clinton non gli è da meno, con un 32 per cento positivo ed un 56 per cento negativo. Donald Trump li batte tutti, con 24 per cento positivo e un 65 per cento negativo. Come è possibile che decine e decine di milioni di Americani possano votare per candidati con un così pesante fardello di attributi sfavorevoli? Ed ancora, come è possibile che gli elettori democratici abbiano condannato alla sconfitta un candidato, Bernie Sanders, che ha il conforto di un 45 per cento positivo e del solo 36 per cento negativo?

Bernie Sanders non è il Don Chisciotte che parte lancia in resta contro i mulini a vento di Wall Street che macinano miliardi di swap e altri strumenti finanziari del tutto incomprensibili agli Americani. Bernie è piuttosto l’antesignano di un movimento che sta conferendo alla sinistra progressista del partito democratico una forza d’urto elettorale con potenzialità maggioritarie e indipendenti dal predominio della ricca leadership liberale. Dopo le elezioni di novembre, in cui Hillary se la vedrà con l’imprevedibile Donald con la forte possibilità di lasciarci le penne, Bernie Sanders uscirà dalla comune a testa alta. Contrariamente a tanti altri personaggi di valore eliminati dal destino “cinico e baro”, si direbbe nel gergo politico italiano, Bernie Sanders avrà fatto della sua sconfitta una vittoria sui generis tornando al Senato dopo aver conseguito un potere politico e un’influenza morale e sociale che renderanno quanto mai solida la sua eredità storica. Diversamente da altri “liberals” che lo precedettero, come George Mc Govern annientato da Nixon nel 1972 e finito immediatamente nell’oscurità, Bernie Sanders si è conquistato un ruolo inedito nella politica americana come icona di un “liberale” moderno che propugna un ruolo dell’economia rispettoso della coscienza di classe. Come Papa Francesco, Bernie suscita nuove energie tra i giovani che anelano alla giustizia economica, mentre il suo appello politico è indirizzato al partito democratico perché si affranchi dalla dipendenza dai poteri e dai donatori corporativi. Il successo che ha riscosso tra i Millennials assicura che la prossima amministrazione democratica, quando verrà, non cederà alle pressioni dell’establishment per affidare la responsabilità della conduzione economica ai partners di Citibank e Goldman Sachs.

Bernie era e resta il candidato più anziano, ma politicamente è certamente il più giovane, in forza del suo carisma personale e del suo messaggio populista. Solo così si spiega il fenomeno che gli ha permesso, nello spazio di soli dieci mesi, di rimontare lo svantaggio su Clinton che era di 75 punti percentuali contro i suoi 15. Gli ultimi sondaggi lo danno praticamente alla pari. Per contro, Hillary Clinton ha ipotecato la nomination grazie ai Superdelegati preventivamente selezionati dalla dirigenza del partito democratico. Ma ad elezione conclusa, Bernie Sanders emergerà come il leader di un vero movimento nazionale, avendo vinto le battaglie per innalzare a 15 dollari il salario minimo e per minimizzare l’impatto di trattati commerciali che la grande massa di lavoratori americani giudica sfavorevoli agli Stati Uniti. Ed ancora, Bernie avrà tracciato un nuovo solco contributivo con una campagna elettorale avulsa dai finanziamenti delle Corporations e dei PAC. In ultima analisi, è soprattutto in sede di convenzione democratica che Bernie Sanders potrà dettare condizioni a cominciare dai lavori per la redazione della piattaforma elettorale del partito.

La “rivoluzione politica” pervicacemente sospinta ed osannata da Sanders ha avuto già un impatto ben più ampio delle previsioni, per il semplice fatto che la  “income inequality” – la diseguaglianza dei redditi – si è imposta come la più importante questione per i democratici dai tempi della Grande Recessione. Questa ed altre considerazioni illuminano il corso degli eventi che conducono alla convenzione democratica e, principalmente, l’insincerità di coloro che premono pubblicamente su Sanders perché si ritiri prima della convenzione per il “bene del partito”. È ormai più che evidente che dopo la vittoria in Indiana Bernie resterà in corsa fino all’ultima primaria, per poi dedicarsi a promuovere i suoi ideali e obiettivi politici in sede di convenzione e, a detta di coloro che lo conoscono, oltre la consultazione elettorale di novembre. Last but not least, l’esito di quella consultazione nazionale verrà deciso in misura significativa proprio da quella consistente proporzione di elettori giovani e di indipendenti che hanno reso possibile l’affermazione di Bernie Sanders nelle cosiddette primarie “aperte”. Bernie non ne ha persa una. Una constatazione che già informa la campagna elettorale ormai in atto del virtuale candidato repubblicano Donald Trump che, bisogna ammetterlo, impersona il bello e il brutto di un anno turbolento ma affascinante della storia politica americana del nuovo secolo.

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