La stampa americana, da paladina della democrazia a veicolo corporativo

In Italia si è abituati a sentire critiche su come la stampa gestisce le informazioni. Meno usuale è sentire le stesse critiche rivolte alla stampa americana.

 

Ai primi di aprile, più di 400 persone vennero arrestate durante un “sit in” di protesta nella collina del Campidoglio a Washington. La manifestazione, denominata Democracy Spring, era stata convocata per protestare contro l’influenza dei grandi interessi corporativi sulla politica nazionale, uno dei temi su cui si batte il Senatore Bernie Sanders, il “socialista democratico” candidato alla nomination. Tra i manifestanti arrestati figurava quasi un centinaio di anziani che avevano partecipato alla marcia di protesta partita dalla Liberty Bell di Filadelfia. Per avere notizia di quel che era successo ai piedi del Congresso bisognava aprire il quotidiano di Washington – la premiata Washington Post – a pagina tre della sezione dedicata alla cronaca, dove figurava un trafiletto affiancato alla notizia di un ragazzo in bicicletta investito da un’automobile. In totale, una notiziola di 150 parole. L’austero New York Times ignorava completamente la protesta, rivolta anche alla Corte Suprema che con un voto di 5 a 4 aveva invalidato un cruciale numero di disposizioni del Voting Rights Act del 1965 con il risultato di consentire a nove stati del Sud di modificare le loro leggi elettorali senza il preventivo consenso federale. In pratica, la decisione colpiva le minoranze razziali perennemente vittime di discriminazione anche nell’esercizio della libertà di voto.

La campagna elettorale americana presenta fino ad oggi un quadro avvilente per chi considerava la stampa americana il fedele specchio di una realtà politica in evoluzione, dedita agli ideali di fairness se non proprio ai doveri di obiettività. In poche parole, i mezzi di informazione americani sono scesi in campo per sostenere la candidatura di Hillary Clinton e per stroncare ogni velleità del suo avversario Bernie Sanders. Vero è che grazie a Donald Trump, le vecchie regole per le campagne elettorali non valgono più. Le istituzioni che reggevano il corso di tali campagne e che informavano l’elettorato – i media, gli accademici ed i soloni di partiti e movimenti politici – sono incapaci di offrire un quadro ponderato e credibile di quanto sta succedendo nell’arena elettorale. La televisione si è trasformata in un interminabile “reality show” ed il successo di un personaggio imprevedibile e dissacrante come il Donald testimonia un fatto centrale, che il presente elettorato è fondamentalmente assai diverso da quello che l’America presentava negli scorsi decenni. La classe media americana non si è mai ripresa, in realtà, dal disastro finanziario del 2008 durante il quale una massa di Americani non soltanto ha perso casa e occupazione ma soprattutto un senso del proprio valore in seno ad una società depressa dai grandi interessi finanziari e corporativi.

La prepotente ascesa di un businessman senza scrupoli e senza peli sulla lingua come Donald Trump, e in particolare la sua denuncia di imprese americane protese a trapiantare fabbriche ed investimenti all’estero, gli hanno procurato il voto di quanti hanno perso fiducia nel sogno americano. Non sorprende che tanti ripongano fiducia in chi promette di “rifare grande” l’America e di riparare i danni delle recessioni. Nel campo democratico, anche il Senatore Bernie Sanders ha fatto leva sulla “rabbia” di un gran numero di Americani che hanno visto le banche salvate dal governo federale perché “troppo grandi per poter fallire”, i cui dirigenti non hanno perso tempo nel ripartire con il loro lussuoso treno di vita. Bernie ha proposto soluzioni radicali che i media americani hanno bocciato sin dal primo giorno come inattuabili e troppo costose. Queste accuse hanno tarpato le ali della “rivoluzione politica” sospinta dall’ondata di “feel the Bern”, i giovani ed entusiastici sostenitori del senatore del Vermont. Le grandi imprese finanziarie non hanno risparmiato risorse per sorreggere la candidatura di Hillary Clinton che fino ad oggi ha ricevuto finanziamenti osceni – come ha dovuto ammettere il suo sostenitore George Clooney – dell’ordine di 224 milioni di dollari, metà dei quali provenienti da “large individual contributions” per lo più miliardari di Wall Street e altri enti finanziari e industriali. Per contro, Bernie Sanders ha ricevuto 92 milioni sotto forma di “small individual contributions” ossia piccole donazioni (in media 27 dollari, stando a Sanders), ma neppure un dollaro dai cosiddetti “PAC” (Political Action Committees) che hanno invece stipato la cassaforte elettorale di Hillary.

L’attuale campagna elettorale offre la più drammatica dimostrazione del potere esercitato dalle grandi corporations nell’imporre politiche editoriali che sostengono a tutto campo gli interessi corporativi. Mai prima d’ora i media americani riflettevano il processo di “consolidation” che conferisce tale potere ad un gruppo assai ristretto di grandi industrie. Nel 1983, il 90 per cento dei media americani era proprietà di cinquanta compagnie; nel 2011, era nelle mani di sei compagnie. Tra queste figurano Time Warner, proprietaria della catena CNN; News Corporation, cui fanno capo la catena Fox, il Wall Street Journal e il New York Post; Comcast (NBC) e Disney (ABC). Secondo una recente ricerca, 232 dirigenti di quotidiani e catene televisive controllano il flusso di informazioni a 277 milioni di americani. Il fatturato generato per i cosiddetti “Big Six” nel 2010 ammontava a 275 miliardi di dollari, una cifra superiore ai bilanci di vari stati europei. In pratica, i sei giganti della televisione e carta stampata controllano il 90 per cento di quel che gli Americani leggono sulla stampa e vedono sullo schermo televisivo.  Il Washington Post, un tempo caposaldo degli “old media” insieme con il New York Times, appartiene dal 2013 a Jeff Bezos, proprietario della megalattica Amazon. Vale la pena di segnalare che il Post non ha mai perso alcuna occasione per bollare Sanders come “ineleggibile”.

Tra coloro che hanno levato la voce per protestare contro l’asservimento della stampa ai grandi interessi economici spicca un giornalista da poco scomparso, Ben Bagdikian, autore di un libro classico, The New Media Monopoly (chi scrive ha avuto il privilegio di conoscerlo). Bagdikian denuncia in particolare il ruolo del Congresso che dagli anni Ottanta ha cancellato la legislazione che proteggeva i consumatori, come nel caso dell’informazione televisiva, con norme che permettevano un’ampia misura di diversità e imponevano trasmissioni di interesse pubblico. Bagdikian cita un episodio emblematico, l’avvertimento impartito dall’allora proprietario della NBC, il leggendario Jack Welch di General Electric, al direttore della NBC News Larry Grossman: “spero che non direte niente nei vostri notiziari che possa nuocere alle azioni della General Electric”. Bagdikian raccontava con un senso di pessimismo il declino della stampa americana attribuendolo in parte anche al fatto che le proteste di gruppi di consumatori e di altri ambienti fautori della diversità nei media e nella società in generale non venivano portate alla luce dai notiziari della televisione o dagli articoli di stampa. E concludeva: “ci sentiamo sempre più intrappolati perché coloro che possono dirci quel che succede hanno un interesse per non dircelo e per nascondere le conseguenze”. Il messaggio di Ben Bagdikian agli studenti di giornalismo rifletteva il senso di responsabilità morale della stampa americana nel suo periodo aureo, quello dei Joseph Pulitzer e William Allen White: “Non dimenticate mai che il vostro obbligo è verso la gente. Nella sua essenza, non è verso coloro che vi pagano, il vostro direttore, le vostre fonti o gli amici, o per la promozione della vostra carriera, ma verso il pubblico”. È un messaggio che vale da epitaffio per la stampa a lungo celebrata come “fourth estate” (il quarto stato) ma ridotta oggi al rango di “corporate media”.

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