Il populismo in America ieri e oggi

Il Nuovo Populismo è esploso sulla scena politica e sociale americana con la prepotente ascesa del miliardario Donald Trump, un personaggio senza alcuna esperienza di governo che fa appello ai peggiori istinti dell’elettorato americano, dalla xenophobia al nativismo. Di certo, Trump non è il solo a concorrere alla presidenza con una campagna populista. Lo stesso aspirante democratico Bernie Sanders cavalca la rivolta populista innestata a suo tempo da Occupy Wallstreet, un movimento della sinistra disgiunto dal partito democratico. Sia Trump che Sanders sono riusciti a mobilitare le passioni politiche degli Americani indirizzate verso nemici veri o presunti: le banche, gli stranieri, l’establishment, i plutocrati, nel deliberato tentativo di imporre ad altri la propria visione della società.

Il populismo ha radici profonde nella società americana, segnatamente nel Populist Party che nacque dalle ceneri del Greenback-Labor Party di fine Ottocento. A loro volta, questi partiti avevano origini agrarie. La loro principale istanza era di abolire il sistema monetario che penalizzava gli agricoltori introducendo inflazione attraverso i cosiddetti Greenback dollars sganciati dalla copertura aurea. Il Populist Party spingeva per l’adozione di riforme tra le quali un sistema progressivo di tassazione dei redditi. Ma una riforma quanto mai importante andò in porto grazie ai populisti, culminando nel Diciassettesimo Emendamento nella costituzione degli Stati Uniti. Sin dall’adozione della Costituzione nel 1788, i Senatori venivano eletti dalle legislature statali ma molte volte tali scelte si impantanavano e i seggi senatoriali restavano scoperti per mesi ed anche anni. Sulla spinta della riforma chiesta a lungo ed a gran voce dai populisti, nel 1911 la Camera dei Rappresentanti approvava l’emendamento costituzionale che sanciva l’elezione diretta dei Senatori. Era la fine del Senato conosciuto come “club dei milionari” al servizio di potenti interessi privati. La battaglia contro gli interessi miliardari doveva riaccendersi ai giorni nostri su iniziativa di un nuovo populista e socialista, Bernie Sanders.

Le riforme di marca populista trovavano importanti paladini nei primi decenni del ventesimo secolo tra uomini politici come il Presidente Theodore Roosevelt, passato alla storia per le sue riforme corporative, la campagna contro i monopoli e la conservazione ecologica. Dopo Teddy Roosevelt, tra i populisti americani spicca la figura del Vicepresidente Henry Wallace, portabandiera di cause progressiste che lo misero in rotta di collisione con il Presidente Truman. La sua piattaforma politica – quella del “Century of the Common Man”, il Secolo dell’Uomo Comune – e la crociata contro il militarismo furono accolte con entusiasmo dai “liberals” della sinistra ma ripudiate dai ranghi comuni del partito democratico animato da crescenti tendenze conservatrici. I pregiudizi offuscarono l’avanzata dei principi populisti in America propugnati con fervore da scrittori e giornalisti come Ida B. Wells, una donna nata schiava, antesignana del movimento dei diritti civili e fondatrice della NAACP; W.E.B. Du Bois, un sociologo e attivista che fu il primo afro-americano ad ottenere un dottorato dell’Università di Harvard; ed Upton Sinclair, lo scrittore socialista celebrato per The Jungle, un libro che denunciava le miserabili condizioni di vita dei lavoratori, in maggioranza immigrati, dei mattatoi di Chicago all’inizio del secolo. Furono tutti personaggi impegnati a portare alla luce le problematiche del razzismo, della diseguaglianza, dello sfruttamento dei minori e dell’affermazione dei diritti dei lavoratori. Le crociate populiste a cavallo del secolo portavano alla piattaforma del Partito Progressista del 1912, i cui punti salienti, come quello della lotta alla corruzione, trovano un’eco contemporanea. È quanto mai attuale infatti l’impegno delle forze progressiste di quell’epoca per forzare l’adozione di misure che imponessero “un rigido limite ai contributi e spese elettorali con una dettagliata pubblicità prima e dopo le primarie e le elezioni nazionali”. Da allora è passato un secolo ma la decisione “Citizen United” della Corte Suprema nel 2010 ha vanificato gli ininterrotti sforzi miranti ad eliminare l’influenza corruttrice del denaro nelle campagne elettorali. “Citizen United” è oggi il bersaglio prioritario dei populisti americani e di Bernie Sanders in particolare.

La più venerata icona del populismo resta comunque il leader del Progressive Party Robert La Follette, Governatore del Wisconsin, Senatore repubblicano e aspirante presidenziale. La Follette fu un precursore di Franklin Delano Roosevelt, il Presidente democratico che reclutò nel suo New Deal i più fervidi fautori del Progressivismo, inclusi molti Repubblicani tra cui Fiorello La Guardia. Le idee progressiste di La Follette furono i semi che generarono la Tennessee Valley Authority, il Wagner Labor Relations Act, la Securities Exchange Commission e l’abolizione del lavoro infantile.

Nella storia più recente del populismo americano che sostituiva il Progressivismo di La Follette, si facevano strada i candidati presidenziali del terzo partito, in particolare Ross Perot nel 1992 e Ralph Nader nel 2000. Ancora una volta, le loro idee venivano assorbite dai partiti maggiori a cominciare dalla riduzione del deficit federale propugnata da Perot e destinata a diventare il nuovo verbo del partito repubblicano. Nel 2004 nasceva il Populist Party of Maryland con il precipuo scopo di sostenere la candidatura presidenziale di Ralph Nader contrapponendosi alle vecchie formule del liberalismo e perorando l’ingresso dei dipendenti nella proprietà di aziende elettriche ed enti municipali di pubblica utilità. Il populismo di Ralph Nader era di pura marca “left wing”, ossia di quella sinistra che combatteva le élite corporative ed i loro abusi, ma senza avanzare una programmatica valida per l’intera economia. Nader aveva mosso i suoi primi passi come “consumer advocate”, un campione dei consumatori, feroce critico dell’industria automobilistica. La sua comparsa come candidato presidenziale aveva l’esiziale effetto di sottrarre voti al candidato democratico Al Gore e di assicurare l’elezione di George W. Bush, con un significativo aiutino della Corte Suprema. E dire che Gore aveva recitato la parte di populista alla convenzione democratica attaccando le industrie petrolifere, quelle produttrici di tabacco, le compagnie farmaceutiche, le assicuratrici della salute e i grandi interessi responsabili dell’inquinamento. Sul versante di destra, Patrick Buchanan, un ex collaboratore di Richard Nixon e Ronald Reagan, aveva il suo momento di popolarità motivando una rivolta contro le élite culturali ed il mondo manageriale. Come candidato alla nomination repubblicana nel 1996, Buchanan dava filo da torcere al Senatore Robert Dole, sconfiggendolo nella primaria del New Hampshire, ma poi capitolando nel Super Tuesday di marzo. Il suo programma elettorale era all’insegna del conservatorismo sociale, contrario al multiculturalismo, all’aborto e ai diritti dei gay, nonché favorevole ad una riduzione dell’immigrazione. In pratica, il populismo di Buchanan, uomo di fede cattolica, istigava una vera e propria “culture war” della destra americana.

Di fatto, quindi, il populismo negli Stati Uniti non ha mai ripudiato la sua matrice che è quella di far leva sulle pubbliche emozioni ed il senso di rabbia nei confronti di nemici classici, primi fra tutti i monopoli, gli interessi costituiti e le élite di vario genere. Il “brand” populista fa leva su un Americanismo insulare che prende di mira gli immigranti ed i Paesi stranieri. Se la retorica è quindi pericolosa, i rimedi lo sono ancor più. Fino a tempi recenti, comunque, si pensava che l’attrazione del populismo fosse scemata a seguito della crescente prosperità. Ma poi veniva la crisi finanziaria-economica del 2008, milioni di Americani restavano senza lavoro e l’Amministrazione Bush doveva intervenire con il controverso TARP (Troubled Asset Relief Program) per salvare le banche “troppo grandi per fallire”. Il TARP dell’ottobre 2008 comportava un finanziamento di 700 miliardi di dollari che veniva poi ridotto a 475 miliardi dal Dodd-Frank Act. La protesta esplodeva a tutto campo e partoriva movimenti come la Marcia dei Contribuenti su Washington del settembre 2009, il più grande raduno del Tea Party che protestava contro le tasse eccessive, e di converso Occupy Wall Street che nel novembre 2011 inscenava una Marcia da New York a Washington per protestare contro l’estensione degli sgravi fiscali del Presidente Bush che a dire dei manifestanti favoriva soltanto i ricchi.

Era solo questione di tempo per l’emergere della candidatura di Bernie Sanders che rivendicava la priorità di un’agenda economica progressiva volta a ridurre le iniquità che gravavano sulla classe media. La chiamata alle armi contro Wall Street ed il potere economico e politico della “oligarchia dei miliardari” faceva di Sanders, fino allora uno sconosciuto Senatore “socialista” del Vermont, un formidabile avversario di Hillary Clinton, già consacrata dal partito democratico come unica candidata alla Presidenza.

Se milioni di Americani con idee e simpatie della sinistra rispondevano all’appello di Bernie, altrettanti Americani della destra dimostravano di non avere più fiducia nel governo, nei partiti politici e nel sistema economico. Entrava così in scena un altro “populista”, ma miliardario, Donald Trump, che prendeva di mira l’ortodossia del partito repubblicano ed in particolare i suoi tentativi di tagliare le spese sociali. Non solo, ma Trump escogitava un piano fiscale per aiutare la classe media e tarpare le ali a Wall Street. Il tutto condito di xenofobia ai danni di messicani e musulmani, di militarismo come pura asserzione di potenza e di sfrenato protezionismo per proteggere l’occupazione negli Stati Uniti. In sintesi, Trump è l’erede di una forma di nazionalismo patriottico intriso di rivendicazioni xenofobe, nativismo e anti-elitismo associato ai media. Il populismo di destra è comunque un fenomeno su scala mondiale come dimostra l’esperienza europea con il Fronte Nazionale in Francia, lo UKIP in Inghilterra, Pegida in Germania ed i movimenti estremisti in Ungheria ed Ucraina. In conclusione, il populismo ha molte facce, può promuovere la partecipazione politica ed al tempo stesso la demagogia. Negli Stati Uniti, continua a rappresentare un modello di retorica politica che ha profonde radici nel diciannovesimo secolo. Il fatto nuovo è che per la prima volta nella storia americana due populisti dei partiti maggiori si contendono la Presidenza

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