Ritorno all’Avana fra immobilismo e leggenda

Havana, oggi come ieri, domani come oggi. Sono tornato a Cuba dopo 47 anni e l’ho trovata in peggiori condizioni di quando visitai il paradiso socialista di Fidel per una serie di reportages sul quotidiano romano per cui lavoravo.
In tutti questi anni ho visitato più volte Paesi del nord, centro e sud America, dal Messico al Cile. Il Messico ha abbracciato un sistema politico che rispecchia sempre più una moderna democrazia. E così anche il Cile, che è oggi un Paese del primo mondo, con una solida base democratica ed infrastrutture e tecnologie di avanguardia.

Cuba purtroppo è l’emblema dell’immobilismo politico ed economico. Negli ultimi venti anni, ha saputo realizzare esclusivamente strutture turistiche instaurando tra l’altro un sistema monetario concepito per incanalare euro e dollari nelle casse dello stato, con benefici irrisori per la popolazione, che dipende dallo Stato per sfamarsi, non avendo accesso alla valuta cosidetta CUC, ossia al peso convertibile ancorato all’economia turistica. Di fatto, Cuba sopravvive grazie al turismo ed alle rimesse dei cubani negli Stati Uniti ed altrove, che letteralmente mantengono in vita i loro parenti nell’isola.

Si è fatto un gran dire del programma di restauri della Havana Vieja, una meritevole opera del direttore dell’Ufficio Storico, Eusebio Real Spengler, che tempo addietro riuscì a convincere Fidel Castro che il tempo, l’umidità e la salsedine stavano rapidamente distruggendo la cultura cubana manifestata dagli splendidi edifici della prima metà del secolo scorso. Oggi, circa un quarto dei vecchi palazzi sono stati restaurati o sono in via di rifacimento. Ma per tanti altri non c’è più speranza. Basta fare una passeggiata lungo il celebrato Malecon, il lungomare sulle Antille, per osservare da vicino i palazzi in rovina sorretti da muri improvvisati per evitare che crollino. Tra un rudere e l’altro si è incuneato qualche esercizio pubblico che funge da bar o ristorante, come quello, in un cortile, chiamato Neruda. Peccato che la sera che mi sono seduto a un tavolo non potesse servire il famoso sandwich cubano nè le empanadas del menu. Mancava il pane.

I cubani hanno fatto virtù della loro rassegnazione. Gli alimenti sono forniti dallo stato con un sistema di razionamento che fornisce fagioli, latte in polvere e sapone. Durante le escursioni nella provincia di Pinar del Rio, e nelle località di fama coloniale, da Cienfuegos a Trinidad, ci è capitato più volte di essere abbordati da donne che si fregavano le mani, una maniera per chiederci saponette. Purtroppo non potevamo portarci dietro quel poco sapone che passava l’albergo.

Probabilmente, coloro che privilegiano le spiagge, come quella stupenda di Varadero, non hanno avuto le mie esperienze. Il regime di Castro ha costruito case ma l’edilizia pubblica già accusa una rapida decadenza. Nei campi di Pinar de Rio si vedono ancora braccianti che arano il campo dietro un paio di buoi. I trattori sono per la maggior parte antidiluviani, anche se per la zafra, la raccolta della canna da zucchero, si impiegano oggi macchine tagliacanne importate. I cubani certamente non hanno dimenticato la mobilitazione di massa del 1970 per la raccolta di dieci milioni di tonnellate di canna da zucchero, un traguardo che non venne raggiunto ma che provocò danni alla piantagioni a causa dell’impiego di manodopera non addestrata, 350.000 cubani dei quali centomila militari, e solo 50.000 zafareros professionali. Il risultato fu una maggiore subordinazione economica all’Unione Sovietica. Non solo, ma ai cubani fu imposta una razione di un chilo di zucchero al mese per soddisfare l’impegno di esportazione all’URSS e paesi satelliti.

La produzione di zucchero si è fortemente contratta con la chiusura di oltre metà degli impianti produttivi. Il crollo del prezzo internazionale, la bassa produttività e la conversione dei terreni ad altre colture hanno drasticamente ridotto la produzione di zucchero grezzo a poco più di un milione di tonnellate, delle quali 400.000 vengono esportate in Cina in virtù di uno speciale accordo commerciale.

Il tempo si è fermato all’Avana. Le lunghe file per acquistare un gelato sono ancorà lì, al centro, per accedere alla gelateria Copelia. Havana, è arcinoto, è un museo vivente delle automobili americane del periodo postbellico. Girare per l’Avana, come ho fatto, a bordo di una decappottabile Mercury bianca e rossa del 1957 può essere un’esperienza esilarante per un fanatico delle auto d’epoca, soprattutto un americano. Ma oltre alla bella Mercury otto cilindri, mantenuta in esercizio grazie ad un vero talento meccanico, circolano decrepite Bel Air e Buick che si lasciano dietro emissioni di fumo nero. La benzina contiene piombo, viene dal Venezuela e costa cara. La contaminazione dell’aria dovuta alle emissioni delle vecchie automobili e degli autocarri diesel di produzione cinese tocca livelli altissimi. Ma per lo meno le automobili del periodo fino al 1959 sono private. Tutte le altre sono proprietà dello stato, comprese le Audi in dotazione ai capi del partito. La vecchianomenklatura sovietica è viva e vegeta a Cuba, risiede in ville ben tenute, può viaggiare all’estero in quanto non le mancano i CUC. Particolare interessante: nessuno sa dove vivano Fidel e Raul Castro. Qualcuno afferma che cambiano residenza frequentemente.

Dopo la caduta dell’URSS, Cuba ha dovuto stringere ancor più la cinta. Il turismo è di gran lunga la fonte più importante di valuta pregiata. Gli ingegneri formatisi nelle università sovietiche preferiscono fare i tassisti perchè guadagnano di più di uno stipendio medio di 25 dollari mensili integrato, quando va bene, da 12 CUC. Ogni anno, più di un milione di turisti sbarca a Cuba. Non è raro vedere in giro anche americani che arrivano a gruppi sotto l’insegna di un programma People to People autorizzato dal Dipartimento del Tesoro americano che controlla il flusso verso Cuba. All’Avana devono però incontrare rappresentanti di istituzioni cubane come l’Unione dei Giuristi e visitare scuole e centri sociali, oltre che l’obbligatorio museo della rivoluzione. Parecchi americani arrivano di straforo, sapendo di violare la legge e di esporsi ad una forte multa. In maggioranza, i turisti sono canadesi, francesi e italiani.

L’Avana è stata una delle più belle città del mondo, tanto da essere conosciuta come la Parigi delle Antille. L’architettuta riflette periodi di grande splendore, dal coloniale allo spagnolesco, dal barocco al neoclassico, fino all’art deco o liberty che dir si voglia. Le quattro piazze maggiori –Plaza Vieja, Plaza de la Catedral, Plaza de San Francisco e Plaza de Armas– sono gioielli che invitano alla contemplazione di una storia ancor viva e suggestiva. Qui rivivono figure storiche come Carlos Manuel de Céspedes, il ricco proprietario di piantagioni che diede la libertà agli schiavi e capeggiò la rivolta contro gli spagnoli. A lui è dedicato il parco al centro della Plaza de Armas. L’architettura dell’Avana ha affascinato grandi architetti, da Gropius aNiemeyer, il creatore di Brasilia da poco scomparso. I palazzi, un tempo opulenti, testimoniano la ricchezza che ha accompagnato lo sviluppo di questa città sin dai tempi in cui il suo porto fungeva da crocevia per i traffici marittimi tra Europa e il Nuovo Mondo. Dalla sua baia ben protetta salpavano i galeoni spagnoli che portavano in Spagna le ricchezze estratte dalle sue colonie.

Un’altra ricchezza dell’Avana era una classe media di alto livello, capace di produrre un grande maestro di scacchi come José Raúl Capablanca. La sua tomba è nel Cimitero Cristóbal Colón dell’Avana, una distesa di mausolei e cappelle che segnano un trionfo del marmo di Carrara per la varietà e lo splendore di statue e colonne che adornano questo cimitero monumentale. Tra tutti svetta il monumento ai trenta pompieri che persero la vita nel grande incendio del 17 Maggio 1890. Ma una tomba sopra tutte attrae quotidianamente una vera folla. È il sepolcro della cosiddetta Milagrosa, una giovane sposa di nome Amelia che morì di parto nel 1903. È considerata la patrona delle donne incinte che visitano la tomba e battono tre volte il batacchio sulla lastra di marmo per chiedere la grazia di un parto felice.

Con la mia famiglia, sono arrivato fino a Santa Clara per vedere un altro mausoleo, quello di Ernesto Che Guevara, il medico argentino passato alla storia come rivoluzionario cubano. Fu sommariamente giustiziato nel 1967 dopo la cattura in una sperduta località della Bolivia dove cercava di dar esca ad una nuova rivoluzione. Nel 1979 i suoi resti furono localizzati e dissepolti. Il mausoleo di Santa Clara, dove il Che vinse una decisiva battaglia nell’insurrezione cubana, contiene un ossario dove riposano Che Guevara e trentadue compagni tra cui la guerrigliera Tania, uccisi dall’esercito boliviano assistito dalla Cia. Un piccolo museo espone diverse armi usate dal Che, tra cui un vecchio Enfield inglese, una pistola Colt e altre armi semiautomatiche. Nelle vetrine sono custoditi diari, il diploma argentino di laurea in medicina del 1953, pipe, uniformi ed altri oggetti dell’uomo che i cubani chiamano Guerrillero Heroico. Un’enorme statua di Che Guevara con il fucile in mano sovrasta il mausoleo di granito locale. La sua famosa immagine, scattata daAlberto Korda, è ormai un’icona internazionale, commercializzata, oggettificata ma venerata come nessun’altra a Cuba. Gli slogan del Che sono onnipresenti. Giustificano la definizione che del Che diedeAlvaro Vargas Lllosa: “un puritano marxista”.

Gli autobus scaricano turisti cubani e scolaresche. I controlli sono rigidi. Le macchine fotografiche non sono ammesse. La presenza della polizia è una costante a Cuba. Sul Malecon, non è consentito camminare sul marciapiede antistante l’Ambasciata americana di un tempo, un brutto parallelepipedo di cemento. Davanti all’edificio il governo ha eretto 138 enormi aste con bandiere cubane. Centotrentotto erano gli anni di controllo imperalista sull’isola, spiega una lapide. Quando ci sono passato non c’erano bandiere, solo poliziotti che mi hanno intimato di stare alla larga.

Quello che più colpisce a Cuba è la passività degli undici milioni e mezzo di cubani, una passività che conduce all’inettitudine. Sopravvivere impegna ogni energia in una edizione latina dall’arte di arrangiarsi. Protestare non serve, ed è rischioso. La costituzione cubana sancisce il diritto alla libera opinione ma avverte che le opinioni non possono essere contrarie all’esistenza e agli obiettivi dello stato socialista. Non è igienico dunque esprimere opinioni che vanno contro la decisione del popolo cubano di costruire il socialismo e comunismo. Meno del 15 per cento dei cubani ha accesso ad Internet  e tale accesso è limitato a siti cubani. Il World Wide Web è una chimera e di smartphones proprio non se ne parla.

Qualche cubano con cui ho parlato ha espresso la speranza che per Cuba si apra una fase di sviluppo in chiave cinese. In particolare, si spera che Raul porti avanti le riforme che ha preannunciato, facilitando la proprietà privata e concedendo benefici fiscali soprattutto per i contadini. La legge tributaria approvata dal sesto Congresso del Partito dovrebbe, in teoria, aiutare i lavoratori autonomi. Purtroppo, i tempi di realizzazione delle riforme promesse sono estremamente lenti e ostaggio della burocrazia del partito. Dal 14 Gennaio 2013 i cubani saranno liberi di viaggiare all’estero senza ottenere il visto di uscita, la notoria “carta bianca”. È prevedibile che aumenterà il brain drain, la fuga dei cervelli, che il regime cubano accusa gli Stati Uniti di incoraggiare al fine di “destabilizzare” lo stato cubano. Le nuove misure permetteranno il rientro dei balseros, che abbandonarono Cuba nel 1980 quando Castro, stremato dalla perdita degli aiuti russi, optò per una valvola di sfogo aprendo il porto di uscita di Mariel.

Sfortunatamente, la speranza di trapiantare a Cuba il modello cinese ha poca attinenza con la realtà cubana. In Cina sono sempre più frequenti le dimostrazioni di protesta contro autorità locali e l’accesso alla World Wide Web rompe l’isolamento politico. L’iniziativa privata è fiorente e incoraggiata dal governo. Ma la differenza fondamentale è questa, che in Cina le riforme avanzano perchè è al potere una nuova generazione di leader che non hanno avuto un’esperienza rivoluzionaria. A Cuba, comandano ancora i leader rivoluzionari, insensibili a pressioni popolari. C’è da chiedersi cosa succederà il giorno in cui Fidel e Raul Castro scompariranno dalla scena per la legge biologica. Vi è chi pensa che la loro scomparsa sarà il grimaldello per porre fine all’embargo americano. Di fatto, il deprecabile embargo ha fornito a Fidel, per tutti questi anni, la razionale politica per mantenere la sua presa sul popolo cubano ed il fervore rivoluzionario senza il quale il suo regime non sarebbe altro che l’incarnazione di una disastrosa incompetenza. Con o senza un modello cinese, il futuro non riserva tempi migliori all’oppressa nazione cubana, che continuerà a patire l’invecchiamento causa la bassa natalità e una maggiore emigrazione. La gerontocrazia dei militari non vuole mollare, i giovani non si agitano per forzare vere riforme, i turisti si godono le spiagge, gli sfarzosi spettacoli del Tropicana, le belle donne nonchè sigari e rum che sono i migliori al mondo. I turisti non vedono le basi militari disseminate ovunque nel territorio per mantenere il controllo del regime sulla popolazione. Per Fidel Castro, vale in fondo lo stesso giudizio che si applica al suo compañero rivoluzionario Che Guevara: il fallimento ha illuminato la leggenda.

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