La Biltmore House. Patrimonio nazionale di un’aristocrazia che fu

L’aristocrazia del denaro ha saputo rendere la Biltmore House autosufficiente, rendendo possibile la conservazione di un miracolo architettonico, museale e ambientale, che attrae milioni di visitatori in queste incantevoli colline della catena appalachiana prossima ad Asheville, nella Carolina del Nord. Vale la pena di pagare il costoso biglietto di ingresso per la visita a questa “casa”, come la chiamavano i Vanderbilt, che le avevano dato un nome – Biltmore – che accostava il luogo di origine olandese della famiglia, Bildt, ai “moor”, le caratteristiche brughiere inglesi.

Creatore di questo miracolo fu George Vanderbilt, nipote del famoso Commodoro Cornelius Vanderbilt, che costruì una fortuna su una compagnia marittima di oltre cento navi a vapore e quindi sulle ferrovie, a cominciare dalla famosa New York Central. Suo figlio William Henry raddoppiò la già enorme fortuna dei Vanderbilt ed avviò l’acquisizione di opere d’arte, destinate alla splendida residenza di Manhattan, con 58 stanze sulla Fifth Avenue.
Ebbe otto figli, il più giovane dei quali era George. Schivo ed intellettuale, George non era attratto dall’industria e dal mondo degli affari. Scelse invece il mondo dell’arte e dei viaggi e intravvide il suo destino nelle montagne della Carolina del Nord. Fu in questo incomparabile scenario naturale che decise di costruire la sua “house”, reclutando un architetto già affermato, Richard Morris Hunt, e un altro architetto del paesaggio, Frederick Law Olmsted, che doveva passare alla storia come il creatore del Central Park a New York.

La costruzione della Biltmore House prese l’avvio nel 1889, dopo che George aveva completato l’acquisto di 65.000 ettari, che dovevano un giorno dar vita ad un grande parco pubblico, la Pisgah Forest. La casa a quattro piani echeggia lo stile rinascimentale francese, fortemente ornamentale, tipico di tre castelli della valle della Loire, Blois, Chenonceau e Chambord.
Gli interni si ispirano invece alle country estates inglesi, quali Hartfield House e Haddon Hall, che l’architetto Hunt aveva visitato durante viaggi per l’acquisto di mobili in Europa. Di italiano c’è come al solito il marmo di Carrara, ma il materiale di costruzione prevalente è costituito da blocchi di calcare estratti nello stato dell’Indiana e da mattoni, prodotti in grande quantità da una fornace eretta sul luogo.
Un visitatore italiano rimarrà deluso dal fatto che di italiano c’è ben poco. O forse, sarebbe il caso di dirlo, sollevato, perchè i grandi baroni industriali dell’America erano soliti effettuare vere e proprie scorribande in Italia per raccogliere una mole impressionante di opere d’arte in mancanza di norme efficaci contro la virtuale depredazione del patrimonio artistico italiano. Alcune di tali razzie portavano a gravi perdite anche perchè gli acquisitori più astuti si servivano di conoscitori dell’arte italiana, come fece Isabella Stewart Gardner, assistita da Bernard Berenson nell’acquisizione di capolavori per la sua casa museo di stile veneziano a Boston, mentre altri, come William Randolph Hearst, riempivano il loro Hearst Castle di opere e arredi certamente cospicui ma di minor valore artistico.

Anche George Vanderbilt faceva la sua parte, procurandosi il soffitto dipinto nel 1720 da Giovanni Pellegrini nel salone da ballo di Palazzo Pisani a Venezia. La rappresentazione di Aurora su una biga, realizzata su tredici tele separate, venne asportata in quindici pezzi. Lunga ventidue metri con un’ampiezza di undici, l’opera venne acquistata presso un mercante d’arte in Svizzera. Come fosse finita in Svizzera, il catalogo naturalmente non lo dice.

Resta il fatto che mentre la casa museo di Isabella appartiene oggi ad una Corporation istituita dal lascito testamentario e lo Hearst Castle allo stato della California, la Biltmore House è proprietà esclusiva della famiglia che la gestisce in toto.
George Vanderbilt aveva concepito la Biltmore House come un edificio di architettura classica in una riedizione moderna grazie all’impiego della tecnologia più avanzata. Al tempo della sua costruzione prima della fine del diciannovesimo secolo, la residenza vantava elettricità, un sistema di riscaldamento centralizzato e idraulica di prim’ordine che convogliava acqua da lontane sorgenti; due ascensori, sistemi antincendi e di refrigerazione meccanica.
Centinaia di operai e maestranze specializzate avevano partecipato alla costruzione. Lo scultore americano di origine viennese Karl Bitter era stato chiamato a realizzare una serie di sculture e fregi ornamentali in pietra, legno e bronzo. Una serie di sculture in bronzo presentava i personaggi dell’opera Tannhȁuser che sovrastando la grande sala dei banchetti. Ai lati spiccavano due nomi: Wagner e Gounod. George Vanderbilt aveva sangue olandese e contrariamente a Isabella Stewart Gardner, veneziana di adozione, era un cultore di arte britannica e tedesca. Il padre lo aveva introdotto alla cultura nord-europea e tra tutti, un artista francese – Ernest Maissonier – aveva influenzato il giovane George. Un bronzo dell’artista, con la tavolozza al braccio, fa bella mostra in un lungo salotto. È opera di Antonio Gemito. Purtroppo, non lo si può ammirare da vicino perchè l’ambiente è recintato, come del resto tutte le stanze.

Cinque splendidi arazzi olandesi conferiscono un tono trionfale al salone delle feste rievocando la mitologia di Venere, Marte e Vulcano. L’organo, di installazione successiva, è semplicemente imponente. La sala dei banchetti, il cui soffitto raggiunge i 25 metri, riecheggia cavernosi ambienti medioevali anche per tre enormi camini. La grande tavola di quercia ospita fino a trentadue commensali. Il gusto dell’eccessivo è il segno distintivo di questo chateau baroniale, ma la ricercatezza del dettaglio artistico è degna di nota ovunque.
George era un fanatico delle stampe. La sua collezione di 1.600 pezzi include di tutto, da un’incisione cinquecentesca su legno di Dűrer ad una stampa, anch’essa cinquecentesca raffigurante Tiziano, di Agostino Carracci, l’unica stampa italiana che ho potuto sbirciare da una certa distanza, nella camera da letto di George. La vista dalle finestre di questa camera, situata nell’angolo sud-occidentale della residenza, è paradisiaca ed incredibilmente è immutata da oltre un secolo, con il monte Pisgah che domina l’orizzonte. D’autunno, gli sgargianti colori dei boschi offrono uno spettacolo incomparabile. I mobili intarsiati di noce sono di stile barocco. Non mancano bronzi di squisita fattura, un’altra passione di George. Se ne contano una quarantina, nella grande maggioranza francesi, come l’ippogrifo di Antonie-Louis Barye, che il giovane Vanderbilt aveva acquistato a Parigi insieme con altre sculture di animali che avevano reso famoso lo scultore francese.

Un altro ambiente di meraviglie è la galleria degli arazzi, che espone sette colossali arazzi belgi simboleggianti il trionfo delle sette virtù. Tre eccezionali ritratti di Vanderbilt fanno spicco in questa galleria. Due sono di John Singer Sargent, grande ritrattista della ricca società americana; raffigurano George e la madre Maria Louisa Kissam. Il terzo è quello della moglie di Edith Vanderbilt, la moglie di George, ritratta nel 1911, in posa affascinante, da Giovanni Boldini.

Edith si trovò ad essere castellana di Biltmore in giovane età quando George improvvisamente morì durante un’appendicectomia di emergenza a Washington nel marzo 1914. I due avevano una figlia, Cornelia, nata nella Biltmore House, che continuò a vivere nella residenza con la madre. Edith si sobbarcò alla sempre più complessa gestione della proprietà ma col tempo decise di consolidare gli interessi, vendendo il villaggio ed una gran parte delle terre e delle industrie create dal marito. La figlia Cornelia si sposò con un diplomatico inglese discendente di Lord Burghley, John Francis Amherst Cecil. Un ritratto dei nipoti di Lord Burghley, William e Frances, è esposto in una delle tante stanze del palazzo. È una delle poche opere della Biltmore House eseguite da un artista italiano, Frederico Zuccaro. Risale al 1599; l’etichetta sotto il quadro reca peraltro il nome Zucchero.
I figli di Cornelia e John Francis Cecil, nati anch’essi a Biltmore nel 1925 e 1928, si assumevano il compito di mandare avanti quella che era ormai divenuta un’azienda. La Biltmore House era stata infatti aperta al pubblico nel 1930 per venire incontro alle richieste degli amministratori della vicina Asheville, duramente colpita dalla Grande Depressione. I Cecil ereditavano le proprietà sotto forma di un trust e si dedicavano ad un impegnativo programma di conservazione, dai preziosi arazzi alle carte da parati delle stanze, ricreando ambienti, restaurando opere d’arte e ornamenti secolari. In breve, la Biltmore House diveniva la Biltmore Company, un’impresa familiare a scopi di lucro, un vero e proprio business.
Nel 1979, al caseificio si aggiungeva una casa vinicola, e nel 2011 un albergo, la Inn on Biltmore Estate. Ai giorni nostri la Biltmore Company conta 1.700 dipendenti, e richiama più di un milione di visitatori all’anno.

I tesori della storica residenza dai Vanderbilt sono esibiti sotto la sorveglianza di personale specializzato, con strumenti di sicurezza sofisticati e rigorosi controlli, ancor più avanzati di quelli installati in musei importanti. I numerosi giardini e parchi offrono grandi spazi ricreativi, accrescendo l’attrattiva della Biltmore House. Ma il vero successo dell’impresa è quello di saper presentare un fedele quadro di vita di una classe sociale del nuovo mondo capace di procurarsi qualsiasi bene, a qualsiasi prezzo, celebrando la propria ricchezza con un gusto che potremmo definire sfrenato, se non fosse per il fatto che George Vanderbilt era un grande e sincero amatore dell’arte.
La Biltmore House era stata concepita infatti per accogliere le sue ricche collezioni ma al tempo stesso per esibirle ad una inesauribile schiera di ospiti, dagli amici agli artisti, dagli intellettuali agli industriali. Non meno importante infatti era l’intrattenimento, nello stile di una aristocrazia che a cavallo del secolo non conosceva limiti. Tra l’altro, non conosceva ancora la tassazione federale. Il retaggio di quella aristocrazia era destinato insomma a divenire un’eredità nazionale, anche in virtù di quella peculiarità del dna americano per cui i ricchi non sono odiati o malvisti, ma semmai servono come stimolo per quanti si sforzano di raggiungere la ricchezza.

La visita alla Biltmore House non è insomma un’esperienza museale, e non solo perchè nessuna casa museo al mondo presenta una biblioteca di 23.000 volumi e la scacchiera cinese in avorio di Napoleone insieme con una grande piscina interna, un sala per il bowling, palestre e cucine, lavanderie, stirerie e dispense per un battaglione di ospiti. Quello che il visitatore avverte è lo spirito di un’America giovane, smoderatamente doviziosa e spregiudicata nell’ostentazione della propria ricchezza. Per i 59 dollari del biglietto d’ingresso gode di una rievocazione imperniata su personaggi oggi celebri, certamente invidiati ma rispettati, in quanto animati da integrità, passione per le arti, propensione all’ospitalità ma anche impegno sociale verso la comunità circostante. Come più di un secolo fa, la loro ricchezza dà ancora lavoro a tanta gente.
La Bilmore House è davvero il patrimonio nazionale di un’aristocrazia che fu.

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