Nell’Argentina del nuovo Papa, la presidentessa Cristina Kirchner forse danza il suo ultimo tango

La Casa Rosada, sede della presidenza argentina, si affaccia sulla storica Plaza de Mayo insieme con la Cattedrale Metropolitana di Buenos Aires, retta per lungo tempo dal Cardinale Bergoglio, ora nuovo Pontefice della Chiesa Cattolica. Verosimilmente, l’elezione papale del cardinale argentino, nipote di immigrati piemontesi, rappresenta un’iniezione di morale per un popolo che attraversa un altro momento cupo della sua esistenza.
Da Roma, purtroppo, Papa Francesco Primo potrà fare ben poco al di fuori di benedire e incoraggiare la sua terra natale. “Don’t cry for me Argentina” cantava Madonna nei panni di Eva Peron dal balcone della Casa Rosada. Quando Evita dispensava pesos, vestiti e biciclette dalla sede della sua Fundacion negli Anni Cinquanta, c’era ancora qualche speranza che questo grande Paese, un civile mosaico di spagnoli, inglesi, italiani, scozzesi ed ebrei russi e ucraini, potesse riconquistare quel ruolo di potencia elargito dalle ricchezze del suo sterminato territorio.

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Le esportazioni di lana, carne e grano avevano invero arricchito l’Argentina al punto che il suo prodotto nazionale lordo era tra i più elevati al mondo. Scomparsa Evita, era passato poco meno di mezzo secolo che gli argentini scendevano in piazza nel drammatico dicembre del 2001 per protestare contro un governo che li aveva letteralmente condotti alla fame. C’era veramente da piangere nell’Argentina sconvolta dalla “guerra sporca”, da politiche finanziarie scellerate e dall’amaro prezzo delle sue illusioni populiste. E c’è da piangere oggi che l’Argentina cavalca un altro ciclo disastroso della sua esistenza, la dittatura del cosiddetto kirchnerismo che perpetua la tradizione del caudillo incarnata nel dna argentino sin dai tempi di Juan Manuel de Rosas.

La permanenza al potere di Cristina Fernandez de Kirchner dopo la morte del marito Nestor non è di certo un episodio isolato nella storia dei nostri tempi che registra ormai il declino del governo rappresentativo e l’ascesa dei fattori antidemocratici nel mondo. Quel che più colpisce oggi in Argentina è l’accentuarsi del predominio dell’ultima versione del caudillismo che sta calpestando le libertà sociali, economiche e politiche non solo in Argentina, ma in Paesi come la Russia e la Nigeria dove l’emergente classe media sembra aver perduto la possibilità, e finanche la speranza, di vedere attuate riforme di ampio e durevole respiro.

L’Argentina è una nazione che come poche altre conosce gli alti e bassi di cicli finanziari ed economici che lasciano intatte le fortune dei terratenientes di un tempo e dei nuclei di potere economico del presente, mentre tartassano la grande massa meno abbiente. Per sopravvivere, la classe medio-bassa si affida alle elargizioni del governo che ai giorni nostri è saldamente nelle mani di una camarilla di potere costituita dai figli dei Montoneros, inquadrati nella cosiddetta La Campora, dal nome del dentista eletto Presidente nel 1973 per spianare la strada al rientro in patria del Generale  Juan Domingo Peron. Cristina impera in Argentina con gli stessi strumenti di potere di cui disponeva il peronismo, primo fra tutti il corporativismo di antica marca fascista. Ma quel che più impressiona è il ricorso costante ad una strategia fondamentale di Peron e dei suoi seguaci, quella di accusare gli oppositori politici di anti-patriottismo.
È una strategia che Cristina attua con tutte le armi mediatiche alle quali può far ricorso con il chiaro intento di soffocare la voce del dissenso manifestato dai due maggiori giornali del Paese, il Clarin e la Nacion. Nello stadio bombonera del Boca spicca spesso un enorme striscione: Clarin Miente. La barra ossia la tifoseria del popolino di Buenos Aires dispiega le imbeccate della Casa Rosada che ha ben altre frecce al suo arco per tarpare le ali della critica, inclusa quella più recente di proibire ogni inserzione pubblicitaria su quei giornali da parte di organismi governativi o para-governativi.

Il governo K passerà alla storia come il maggior falsificatore di dati finanziari ed economici. L’Argentina è un Paese abituato all’inflazione, come quella superiore al 400 per cento annuo che regnava nel 1983 quando Raul Alfonsin assunse il potere in un Paese ancora sotto il trauma della disfatta subita nelle Falklands o Malvine che dir si voglia. Attualmente, il tasso di inflazione dichiarato dal governo è del 10,2 per cento mentre in realtà supera il 25 per cento, il quarto più alto tasso di inflazione al mondo. Le statistiche compilate non più da tecnici ma da portaborse nominati dalla Presidente Cristina sono considerate totalmente inaffidabili dal Fondo Monetario Internazionale. L’inflazione ha portato ad un marcato aumento del cambio parallelo, in pratica il mercato nero valutario, dove un dollaro vale 7,7 pesos contro i 5 del cambio ufficiale. Tanto ho ricavato infatti nel corso di una visita a Buenos Aires; ed è un cambio destinato a salire. Come me, i turisti più scaltri non cambiano in banca nè presso le case di cambio. Non è difficile trovare un cambiavalute in nero. Il lustrascarpe che si aggira tra i tavolini di un ritrovo all’aperto trova clienti in qualsiasi momento.

La deformazione del cambio intacca a fondo il profitto dei settori esportatori e conseguentemente la creazione di posti di lavoro. La distorsione economica è inoltre accentuata dal congelamento governativo delle quote per i servizi pubblici e dall’aumento dei sussidi. I prezzi delle grandi catene di distribuzione sono congelati e presumibilmente lo rimarranno fino alle prossime elezioni. Le riserve della Banca Centrale si sono pesantemente contratte negli ultimi sedici mesi in forza di diffusi timori che il governo di Cristina Kirchner possa disporre la conversione forzata della moneta pregiata in pesos. I depositi in dollari sono crollati fino a costituire il 16 per cento delle riserve della banca centrale.

Il futuro finanziario dell’Argentina è di fatto legato anche all’esito della litigation in atto presso la Corte d’Appello di New York che verte sull’obbligo di pagamento dei creditori che a suo tempo non accettarono la proposta argentina per gli ormai famosi “tango bonds”. L’Argentina si rifiuta di ottemperare ad un eventuale ordine di pagamento della Corte aprendo la prospettiva che un verdetto favorevole ai creditori dia la stura ad una valanga di richieste di risarcimento che potrebbero ammontare a 45 miliardi di dollari. È una prospettiva che secondo gli esperti potrebbe portare al secondo default argentino dopo undici anni. In quella circostanza, il 92 per cento del debito argentino fu ristrutturato sulla base della restituzione di 25 – 29 centesimi per dollaro.

Nel suo recente discorso di tre ore quaranta minuti al Congresso, Cristina ha aspramente condannato i “fondi avvoltoio” ed ha ripetuto il suo appello al Regno Unito per un dialogo di pace che favorisca il regolamento del problema delle Malvine, le isole che Buenos Aires rivendica con immutata intensità. Per tutta risposta gli abitanti delle Falklands hanno votato al 99,8 per cento nel recente referendum per restare parte del Regno Unito. Il tema delle Malvine ricorre costantemente in Argentina attraverso manifestazioni popolari, iniziative presso consessi internazionali e la presenza di grandi striscioni bianco-celesti nella Plaza de Mayo, dove sfilano da un quarto di secolo le Madri dei Desaparecidos. L’opinione pubblica, sempre sensibile agli appelli patriottardi, si presta a questa manipolazione che funziona da efficace diversivo dalle magagne politico-economiche.

L’atmosfera è pesante di questi tempi in Argentina. L’inflazione è la conseguenza diretta del corso populista che da lungo tempo contraddistingue l’Argentina: aumenti insostenibili dei salari, sussidi, benefici sociali ed una spesa pubblica incontrollata. Vero è che il tasso di povertà è diminuito ma a medio termine il costo si farà sentire in misura drammatica. Sul fronte esterno vige il protezionismo che rende ancor più vulnerabile l’industria nazionale. La bilancia commerciale si deteriora ed il governo cerca di arginare i danni con ferree restrizioni alle importazioni. Nell’Argentina contemporanea, i concessionari di auto sono costretti ad acquistare semi di soia sul mercato ed esportarli in modo da procurarsi dollari per importare veicoli e parti di ricambio.

A dare una mano a Cristina ci aveva pensato il presidente venezuelano Chavez, con forniture di petrolio a prezzi stracciati, l’acquisto di buoni dello stato argentino per 5 miliardi di dollari, e aiuti finanziari nel 2007 alla campagna elettorale della Presidente che si calcola siano stati dell’ordine di cinque milioni di dollari. Di quella somma si sa con certezza che 800.000 dollari arrivarono in una valigia a bordo di un aereo proveniente da Caracas, noleggiato dall’impresa di energia argentina ENARSA. Questa impresa statale doveva poi ritrarre enormi vantaggi dall’espropriazione della sussidiaria YPF della compagnia spagnola Repsol, decretata da Cristina nell’Aprile 2012. Fino ad oggi, l’inchiesta dei giudici argentini sul caso della valigia carica di dollari – l’ormai famoso maletinazo – non è approdata ad alcun risultato. La scomparsa del Presidente Chavez del Venezuela, “partner strategico” dell’Argentina, complicherà non poco gli sforzi della Presidente di tenere a galla le disastrate finanze dell’Argentina che è in pratica considerata un pària dagli investitori internazionali. Ultima in ordine di tempo una grossa impresa mineraria brasiliana (Vale) che ha rinunciato alla costruzione di impianti per l’estrazione e il trattamento del potassio nella regione di Mendoza.

La vita dell’argentino è cosparsa di impedimenti e limitata dalla crescente perdita del suo potere d’acquisto. Risparmiare è impossibile, una lamentela che si ascolta frequentemente da professionisti e in generale dal ceto medio. Tanto vale spendere il denaro che si svaluta. Ma anche questo non è facile se si vuole andare all’estero. Per acquistare dollari è necessario un permesso di un ufficio che vuole sapere da dove provengono i soldi destinati al viaggio all’estero. Il mercato nero ha estese propaggini nel campo immobiliare nonostante che la compravendita di immobili in dollari sia proibita. Se un argentino compra un appartamento con dollari sottobanco, può ottenere uno sconto fino al 25 per cento del valore. I dollari così acquisiti escono dal Paese con il ferry che da Buenos Aires porta in Uruguay. Gli argentini sono rimasti bruciati troppe volte per non ricorrere ad ogni sotterfugio per trasferire dollari all’estero.

Un tempo l’Argentina esportava carne in grandi quantità. Oggi i ganaderos non investono più nelle vacche ma seminano soia. La produzione di carne è calata paurosamente ed oggi appena soddisfa il mercato interno. La “macchinetta” del governo stampa pesos a tutto andare e l’inflazione galoppa. La Presidente si accinge al confronto elettorale per il rinnovo del Congresso dove spera di mantenere la maggioranza necessaria per emendare la costituzione e consentirle di concorrere ad un terzo mandato presidenziale. A tale scopo ha forzato l’approvazione di una legge che conferisce il diritto di voto ai giovani di 16 anni, contando su un forte rincalzo per il kirchnerismo. Il destino del movimento peronista di sinistra capeggiato da Cristina e strumentalizzato da La Campora sta per giungere ad uno snodo decisivo di pari passo con l’aggravarsi della situazione sociale ed economica.

Ancora una volta nella storia argentina, la minaccia per l’inquilino della Casa Rosada proviene dalla grande provincia di Buenos Aires e specificamente dal suo governatore Daniel Scioli. È un confronto che ricorre nella storia argentina sin dal 1883 ma con poca fortuna per i governatori, con la breve eccezione di Eduardo Duhalde. La sensazione peraltro è che sarà la crisi a decidere e che il tonfo del kirchnerismo autoritario e malversatore non sia lontano. Sembra di rivedere uno delle tante pellicole argentine di democrazia fittizia, prodotte dai peronisti, con interpreti che cadono regolarmente in disgrazia, come in un triste vecchio tango. Che sia l’ultimo tango per Cristina?

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