Gli attacks ads e la campagna per le presidenziali in America

Se Barack Obama dovesse perdere le elezioni (non sono pochi quelli che lo pensano) la sua sconfitta dovrà essere attribuita non ad una superlativa campagna elettorale del suo avversario Mitt Romney, e meno ancora alla sprezzatura politica di Mitt Romney, quanto allo straripante diluvio di attack ads ossia agli spot televisivi contro il presidente democratico. I responsabili della campagna elettorale imperniata sugli attacchi al Presidente Obama sono i cosiddetti Super Pac (comitati di azione politica) finanziati da miliardari decisi a scalzare Obama dalla presidenza. Due sono in particolare i Super Pac dai fondi illimitati: Crossroad GPS e Americans for Prosperity. Il primo fa capo allo stratega del Presidente George W. Bush, Karl Rove, ed il secondo agli ultri miliardari David e Charles Kock. I due fratelli hanno speso fino ad oggi oltre sessanta milioni di dollari per influenzare l’esito della consultazione presidenziale di novembre, molto più che non i partiti, i sindati, le associazioni commerciali ed i comitati di azione politica associati a gruppi di pressione. I Super Pac sono associazioni non a fine di lucro, registrate presso l’Ufficio Tributario Federale alla voce 501 che permette loro di non rivelare le fonti dei contributi ricevuti. Questo denaro nero ha letteralmente cambiato il panorama politico americano ed ha già reso la campagna elettorale in corso la più costosa nella storia degli Stati Uniti.

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L’effetto prodotto dal denaro nero è ormai tale che la raccolta di fondi per la propaganda elettorale attraverso piccole donazioni è surclassata dai milioni dei ricchi sostenitori, per la maggior parte repubblicani. La campagna elettorale di Barack Obama aveva dato il via quattro anni fa ad una piccola rivoluzione in fatto di finanziamenti ottenuti mediante la raccolta su Internet. Oggi, l’organizzazione elettorale di Obama ricava scarso beneficio dai piccoli donatori e cerca disperatamente di raccogliere fondi in quel due per cento della popolazione che può permettersi di staccare assegni per un candidato dell’ordine di decine e centinaia di migliaia di dollari. Questa deformazione del sistema dei finanziamenti elettorali è dovuta in modo speciale alla Corte Suprema e segnatamente alla sua maggioranza repubblicana che ha dato un’impronta conservatrice al massimo organismo costituzionale. La sentenza della Corte Suprema che ha aperto le dighe all’azione politica dei potenti gruppi finanziari e dei miliardari è la cosiddetta Citizens United del Gennaio 2010. Con quella decisione, la Corte affermava che il Primo Emendamento della Costituzione, quello per intenderci che afferma la libertà di stampa e di religione, si applica anche nei confronti delle Corporations (società) e sindacati, che sono quindi liberi di spendere quel che vogliono in “comunicazioni elettorali” mentre i contributi diretti a candidati o campagne elettorali restano proibiti.

La machiavellica sentenza della Corte Costituzionale, approvata dalla maggioranza di cinque giudici conservatori, rende possibile l’intervento su scala massiccia di organizzazioni create ad hoc per influenzare le elezioni “senza lasciare impronte digitali”, come segnala Fred Wertheimer, direttore di Democracy 21, un’associazione privata che svolge funzioni di monitoraggio dei finanziamenti elettorali. La sentenza permette ormai ai grandi finanziatori elettorali di sfuggire ai controlli federali mantenendo il segreto attorno a se stessi e all’entità del loro supporto finanziario.

La decisione Citizens United ha le sue radici nella polemica successiva alla promulgazione del Bipartisan Campaign Reform Act – noto come McCain-Feingold Act – che proibiva alle Corporations e sindacati di finanziare con propri fondi le “comunicazioni elettorali” a partire da sessanta giorni prima di un’elezione nazionale. Citizen United, un’associazione conservatrice, presentava appello alla Federal Election Commission oppugnando che il documentario Fharenheit 9/11 di Michael Moore, fortemente critico dell’amministrazione Bush, violava la norma relativa alle “comunicazioni elettorali”. La Federal Election Commission respingeva l’appello e da quel momento la battaglia si faceva quanto mai accesa. La Citizen United si costituiva come produttrice indipendente di film e realizzava a sua volta un documentario – “Hillary: the Movie” – in cui attaccava pesantemente l’aspirante alla candidatura democratica e si sforzava di collocarlo su un canale televisivo. La Corte Federale del Distretto di Columbia sentenziava che il documentario in questione violava le restrizioni del McCain-Feingold Act e nel giro di poco tempo la sentenza veniva sottoposta al giudizio costituzionale della Corte Suprema. La Corte decideva con cinque voti favorevoli e quattro contrari che la proibizione di spese elettorali da parte di Corporations e sindacati sancita dal Bipartisan Campaign Reform Act violava il Primo Emendamento, in cui si afferma il cardinale principio del  free speech.
Di fatto, insomma, la suprema corte costituzionale legittimava il diritto di Corporations e sindacati di spendere i fondi a loro disposizione per “comunicazioni elettorali” e messaggi di appoggio o opposizione a candidati, ma non per contributi diretti a candidati o partiti. I giudici ultra-conservatori, tra cui l’italo-americano Antonin Scalia e il giudice afro-americano Clarence Thomas, si distinguevano per le loro opinioni in cui giungevano ad affermare che il Primo Emendamento era redatto in terms of speech, not speakers (Scalia) ossia a favore dell’espressione di opinioni senza riguardo a chi le esprime, e senza distinguere tra Corporations proprietarie di mezzi di comunicazione (print media) e Corporations non media. Thomas si batteva addirittura per il segreto attorno ai finanziatori in quanto la pubblicazione dei loro nomi avrebbe potuto esporli a “rappresaglie”.

La sentenza Citizen United ha quindi spalancato le porte ai Super Pac ed al massiccio intervento di organizzazioni fortemente ideologiche nella campagna elettorale. Tra i maggiori finanziatori repubblicani si distinguono i freatelli Koch, il cui obiettivo fondamentale è quello di distruggere la presidenza Obama. La rete ideologica costruita con i miliardi dei fratelli Koch abbraccia oggi fondazioni, serbatoi del pensiero e movimenti politici, primo fra tutti il Tea Party, una ragnatela che è cresciuta smisuratamente al punto che è stata battezzata Kochtopus. L’aspetto più sconvolgente di questa valanga di inserzioni e spot è che si tratta nella stragrande maggioranza di negative ads ossia di messaggi distruttivi della personalità e del programma politico di un candidato presidenziale. Un commentatore ha osservato che in questa situazione i candidati e partiti politici divengono “veicoli di propaganda” di forze esterne animate da convinzioni estremiste al punto che un candidato non ha più il controllo della propria campagna elettorale. In altre parole, un candidato come Romney, che è sulla carta quello favorito dai negative ads anti-Obama, diviene uno strumento di forze volubili che sfuggono ad ogni controllo.

Resta il fatto che Barack Obama è impegnato in una corsa alla rielezione dove il suo avversario Mitt Romney parte con un forte vantaggio in fatto di pubblicità elettorale attraverso il mezzo televisivo. In parte, lo svantaggio del presidente democratico è dovuto al fatto che i democratici non dispongono delle risorse finanziarie dei repubblicani. Ed ancora, c’è da tener conto del fatto che Wall Street ha sostanzialmente abbandonato Barack Obama. Ma c’è un altro elemento che gioca a sfavore dei democratici, il disgusto dei liberals americani per il ruolo preponderante dei Super Pac nella campagna elettorale. Le conseguenze di Citizens United sono dunque a vasto raggio, perchè il denaro nero dei Super Pac finisce anche online dove Crossroad GPS e Americans for Prosperity indirizzano i loro messaggi a settori ben definiti dell’elettorato, senza dover rivelare l’effettivo bersaglio in Internet. A volte, capita di trovare su un quotidiano online un invito a partecipare ad un sondaggio che altro non è che un modo di carpire indirizzi Internet per poi bombardare chi risponde con messaggi elettorali. Analogamente alle grandi aziende di pubblicità, i Super Pac hanno messo a punto strategie altamente sofisticate per raccogliere enormi quantità di informazioni su quello che la gente cerca, legge o osserva su Internet. Fondamentalmente, la tecnica usata è quella dei cookies che seguono i navigatori Internet da sito a sito. Le organizzazioni politiche sono quindi in grado di stabilire a chi inviare un certo messaggio sulla scorta degli articoli che un navigatore legge o dei siti che frequenta. Il bello è che il navigatore stesso non sa di essere un “bersaglio”. Le spese online di Crossroad GPS e di Americans for Prosperity stanno aumentando in misura sorprendente.

Ma c’è dell’altro. Un’inchiesta di Pro Publica ha accertato che uno dei più costosi spot anti-Obama di Crossroad, in cui si accusava il presidente di “spese sfrenate”, uno spot che il Washington Post giudicava repleto di “esagerazioni e omissioni”, era finito tale e quale sui computer di un grande numero di persone scelte in base ai siti che visitavano. Il denaro nero dei fratelli Koch prende di mira, oltre che il presidente, candidati democratici al Congresso. In Virginia, ad esempio, il candidato senatoriale repubblicano George Allen può permettersi di non spendere un centesimo. Ci pensano i fratelli Kock a rovesciare una valanga di spot che mettono sotto accusa il candidato democratico Tim Kayne il quale a malapena riesce a pagare la messa in onda di messaggi televisivi che sono la decima parte di quelli repubblicani.

Infine, c’è da riflettere sul caso Adelson, il magnate del gioco d’azzardo che si è impegnato a contribuire cento milioni di dollari alla campagna elettorale di Mitt Romney. È un caso impressionante e senza precedenti nella storia elettorale americana non tanto per l’entità del finanziamento ma per il fatto che più che l’elezione di Romney, quel che Adelson vuole sopra ogni cosa è la sconfitta di Obama. Fino ad oggi ha speso 21 milioni di dollari, il resto verrà prima della giornata elettorale. Per Adelson, cento milioni di dollari rappresentano lo 0,5 per cento della sua fortuna quale padrone della Las Vegas Sands Corporation. La finalità politica delle elargizioni di Adelson è presto detta: sostenere la causa di Israele e porre fine alla “economia socialista” di Barack Obama. Quando Mitt Romney è andato recentemente in Israele, Adelson era lì ad accoglierlo ed a promettere mari e monti per la campagna elettorale del candidato repubblicano. Il quale non si è fatto pregare per assicurare Israele che gli Stati Uniti saranno accanto alla leadership di Gerusalemme quando deciderà di bombardare l’Iran. Non è certo un buon presagio per un ruolo americano inteso a trovare una soluzione pacifica ai problemi del Medio Oriente.

La politica e i profitti del gambling sono strettamente legati per il multimiliardario americano, che ritrae il massimo profitto da un Paese, la Cina, dove il gioco d’azzardo non è permesso, mentre lo è a Macao. È evidente che un cambio di amministrazione farebbe comodo a Adelson, come avverte lo stesso New York Times, anche perchè gli affari di Adelson sono sottoposti attualmente ad un’indagine della Security and Exchange Commission americana in ordine a possibile corruzione all’estero. Su Adelson grava anche il sospetto di trasferimenti illegali di fondi in violazione delle leggi sul money laundering ossia il lavaggio di capitali.

Adelson a parte, le cifre parlano chiaramente a sfavore di Obama. Le organizzazioni senza fine di lucro di stampo conservatore hanno speso fino ad oggi 70 milioni di dollari in spot televisivi al confronto di 1.600.000 dollari di gruppi liberal. I Super Pac sono ormai la cassa che finanzia le campagne elettorali americane e questo significa che grazie alla Corte Suprema, i super ricchi sono in grado di influenzare la scelta di un presidente molto più che gli elettori della classe media, per non parlare di coloro che sono sotto la soglia della povertà. È facile purtroppo immaginare con quale effetto sulla giustizia sociale in quel faro di democrazia che dovrebbero essere gli Stati Uniti.

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